di Nino Lentini •
È passato ormai qualche anno da quando ho espresso il mio pensiero su ciò che stava avvenendo nella società civile, e cioè la trasformazione delle nostre società in un mondo sempre più globalizzato. Non ho mancato di esprimere le mie perplessità su quanto stava accadendo, non perché sia contro lo sviluppo e le trasformazioni, ma perché, se affrontate guardando solo da un lato, si rischia di dimenticare alcuni valori importanti come il rispetto, il lavoro e le persone, intese come esseri viventi che meritano dignità e non come macchine da buttare quando si pensa non servano più. Attraverso la globalizzazione, è vero, sono avvenuti processi che hanno permesso ai Paesi, alle culture e alle società di essere sempre più interconnessi e interdipendenti a livello mondiale, favorendo la crescita economica, l’accesso a nuovi mercati, la diffusione delle tecnologie e una maggiore varietà di beni e servizi.
Dall’altra parte, però, sono aumentate le disuguaglianze e le pressioni sul lavoro. A causa della possibilità per le imprese di spostare la produzione e i servizi in Paesi dove i costi sono più bassi, i salari hanno subito blocchi e, in alcuni casi, vere e proprie diminuzioni. Si è così creato un mercato del lavoro globale in cui i lavoratori competono tra loro su scala mondiale. Il fatto che molte imprese possano delocalizzare le proprie attività in Paesi dove i salari sono notevolmente più bassi ha portato alla perdita di posti di lavoro nei Paesi sviluppati, all’aumento dei contratti temporanei e poco tutelati e, di conseguenza, a una crescente pressione sui diritti dei lavoratori. Tutto ciò ha reso il lavoro più flessibile, ma anche meno stabile.
Uno dei principali problemi del mondo globalizzato è che i diritti dei lavoratori non sono globalizzati quanto i mercati. Le leggi sul lavoro restano nazionali, mentre le imprese operano a livello internazionale, creando squilibri e difficoltà nel garantire condizioni eque. In conclusione, la globalizzazione, se da una parte offre opportunità di crescita e innovazione, dall’altra aumenta incertezze, disuguaglianze e competizione. La vera sfida è governarla, perché ancora oggi si continua a globalizzare senza rafforzare adeguatamente le tutele, investire in formazione e promuovere un lavoro dignitoso su scala globale. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, anche qui è necessario porre molta attenzione e non lasciarsi fagocitare, in modo assolutamente errato, diventando esseri inutili, cosa che assolutamente non siamo. È un ambito complesso e potenzialmente pericoloso se non si riesce a indirizzarlo nella giusta direzione.
È vero che l’intelligenza artificiale, basata su algoritmi e grandi quantità di dati, permette di aumentare l’efficienza e la produttività, ridurre gli errori umani, supportare decisioni complesse e favorire innovazioni straordinarie nel campo della sanità, della scienza e dell’ambiente. Tuttavia, è altrettanto vero che, se non gestita nel modo giusto, può provocare la perdita di posti di lavoro, creare dipendenza dalla tecnologia e sollevare seri problemi legati alla privacy e all’uso dei dati. Con l’intelligenza artificiale cambia il modo di lavorare: si automatizzano mansioni ripetitive o di routine, si supportano decisioni complesse e si favoriscono il lavoro da remoto e l’uso di piattaforme avanzate. Tutto ciò comporta una maggiore produttività, ma anche il rischio concreto della perdita di posti di lavoro.
L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla globalizzazione del lavoro è significativo. Essa permette alle aziende di delocalizzare alcune attività dove le competenze sono più specializzate, facilita la gestione delle catene di produzione internazionali e migliora il coordinamento e la velocità dei processi.
Le sfide e i rischi sono legati alle disuguaglianze che possono crearsi: chi possiede competenze avanzate ne trarrà beneficio, mentre chi non le ha rischia di restare indietro. L’intelligenza artificiale, infatti, non sostituisce solo lavori manuali, ma anche professionali e intellettuali.
La chiave di tutto resta, sempre e comunque, la formazione continua. Globalizzazione e intelligenza artificiale hanno un elemento fondamentale in comune: l’uomo deve restare il fulcro di ogni questione.
La sfida, in ogni caso e in ogni situazione, è saper utilizzare ciò che accade nel mondo in modo responsabile, garantendo che tutto sia al servizio dell’uomo e non il contrario.










