Cosa festeggiare, con una mimosa, un giorno di marzo?
di Brunella Trifilio ∙
Ci risiamo, 8 marzo 2025. Ennesima giornata dedicata alla donna e nessuna novità degna di nota che possa riguardarla nella sua tangibile realtà quotidiana. Una giornata di festa dissimulatrice come tante. Una ricorrenza, nata da nobilissimi propositi, si riconferma (con il solito scempio di mimose) la sintesi perfetta dei fallimenti di una società apparentemente evoluta e inclusiva.
Una giornata malinconica, 24 ore di perbenismo e celebrazione contro le 8.736 già trascorse sempre uguali alle altre che le hanno precedute, anno dopo anno. Così, anche quest’anno, la festa dedicata alla donna ci ricorda che lei è un concentrato di potenzialità inespresse, sciupate, dimenticate da una società che non riesce ad includerla per il suo valore, nonostante i buoni propositi. Si festeggia così una donna penalizzata nel sociale, nel lavoro, nella famiglia, nel reddito. Si festeggia un essere umano frantumato (nel corpo e nella psiche) dall’inarrestabile minaccia di una violenza di genere inaccettabile. Si festeggia un’anomalia sociale riconfermata nei dati del recente Rendiconto di Genere del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza INPS.
Dal documento emergono marcate condizioni di svantaggio delle donne che vivono nel nostro Paese in ambito familiare, sociale e lavorativo. Tante le differenze di genere riscontrabili nei percorsi d’istruzione e lavorativi. Tante le differenze a livello retributivo e pensionistico. Tante le carenze in ambito assistenziale. Troppa la violenza di genere.

Dal Rendiconto di genere presentato dall’INPS nel 2025 emergono segnalazioni non più trascurabili per programmare una decisa “inversione di marcia”. Nell’analisi dei dati, è significativo partire dalla tematica “istruzione” per capire quanto siano resistenti alcuni paradossi legati al genere. Infatti, nell’anno 2023 le donne hanno sorpassato gli uomini nel diploma (52,6%) come nella laurea (59,6 %).
Si tratta di una superiorità in ambito “istruzione” che si scontra, in maniere evidente, con le differenze retributive e di carriera in ambito lavorativo. Infatti, solo il 21,1% dei dirigenti e il 32,4% dei quadri è donna. Anche il gap retributivo di genere, con una differenza di venti punti percentuali a sfavore delle donne, è ancora troppo marcato. Il tasso di occupazione femminile nel 2023 si attesta al 52.5% contro il 70,4% di quello maschile (divario di genere pari al 17,9%). Quanto alle assunzioni femminili, si rileva una percentuale ancora troppo bassa (42,3% rispetto al totale) che accentua ulteriormente il divario di genere in ambito lavorativo. Come se non bastasse, si rileva un’instabilità occupazionale senza tregua per il genere femminile: solo il 18% delle assunzioni femminili sono a tempo indeterminato contro il 22,6% di quelle maschili. Ancora significativa la differenza di genere in relazione ai contratti di lavoro a tempo parziale che per le donne rappresentano il 64,4% del totale.
Se consideriamo il part-time involontario, si rileva che interessa prioritariamente il genere femminile (15,6% degli occupati rispetto al 5,1% del genere maschile). Altra nota dolente, che appesantisce la non favorevole situazione lavorativa, è il notevole impegno della donna nell’assistenza e cura dei familiari (esempio: 14,4 milioni le giornate di congedo parentale richieste dalle donne contro le 2,1 milioni degli uomini) in assenza o scarsità di supporto esterno alla famiglia come gli asili nido (esempio: l’obiettivo dei 45 posti nido ogni 100 bambini d’età compresa tra 0 e 2 anni viene raggiunto soltanto dalla Valle d’Aosta, dall’Emila Romagna e dall’Umbria). Quanto al problema delle differenze in ambito pensionistico, si riscontra una superiorità numerica delle donne nel totale dei beneficiari di pensione (7,9 milioni di pensionate contro i 7,3 milioni di pensionati) che non trova però corrispondenza negli importi erogati alle donne rispetto ai colleghi uomini (paradosso del gap pensionistico a sfavore delle donne nonostante la loro superiorità numerica).
Se analizziamo i dati che riguardano il lavoro dipendente privato, notiamo che gli importi medi delle pensioni di anzianità/anticipate, invalidità e vecchiaia sono notevolmente inferiori a quelle degli uomini (rispettivamente del 25,5%, del 32% e del 44,1%). Queste marcate differenze nelle prestazioni pensionistiche non sono altro che le conseguenze delle disuguaglianze già subite in ambito lavorativo in termini di carriera, retribuzione e riduzioni dell’orario di lavoro dovuti a carichi familiari. Altro dato significativo (utile per riflettere sulle conseguenze della discontinuità lavorativa delle donne e sulla loro difficoltà a raggiungere i requisiti contributivi) è il basso numero di donne che accedono alla pensione di anzianità/anticipata con solo il 24,5% fra i lavoratori autonomi e il 27% tra quelli privati. Ad aggravare ulteriormente una situazione già difficile, la “piaga viva” della violenza di genere con i suoi dati preoccupanti sull’aumento delle denunce. Il reddito erogato dall’INPS alle donne vittime di violenza in ambito familiare (Reddito di Libertà) ha interessato la notevole cifra di 2.481 donne nel 2021, ma negli anni successivi (per mancanza di risorse) i trattamenti economici sono stati confermati soltanto nelle Regioni Friuli- Venezia Giulia ed Emilia Romagna grazie a risorse regionali.
A partire dalla realtà semplicemente osservata o documentata, occorrerà affrontare la problematica con efficacia (rimozione effettiva di tutti gli ostacoli alla parità), iniziando da un deciso “cambio di marcia” culturale che parta dal sistema educativo e si unisca al senso di responsabilità e all’impegno di tutti gli attori istituzionali chiamati a garantire l’uguaglianza dei cittadini. Le panchine rosse sono già troppe e troppe le mimose in un giorno di marzo.










