di Mario Caspani •
Il tema della desertificazione bancaria è purtroppo di attualità da diversi anni ed è stato più volte affrontato da UNISIN con interventi a vari livelli, recentemente anche in un articolo dello scorso aprile su queste colonne. Le politiche delle aziende di credito volte a comprimere i costi hanno fatto sì che la valutazione se tenere aperto uno sportello si basasse esclusivamente sugli aspetti economici senza tener minimamente conto degli impatti sociali e delle negative ricadute sul territorio causate dalla soppressione di filiali, anche e soprattutto in comuni in cui la chiusura dello sportello ha significato la desertificazione, vale a dire la mancanza assoluta di una banca nell’intero territorio comunale.
A farne le spese è soprattutto la piccola clientela retail, in particolar modo le fasce più anziane di età, in quanto meno avvezze all’utilizzo degli strumenti digitali, per ovvie ragioni anagrafiche.
Le aziende clienti invece hanno risentito meno di questa situazione, vuoi perché da molti anni ormai operano tramite le proprie strutture con strumenti di remote banking, vuoi perché quando si tratta di concordare operazioni di credito, soprattutto di un certo rilievo, di solito è la banca che “si muove” verso il cliente con i suoi funzionari.
Per la conformazione geografica (distanza tra località, difficoltà nei mezzi di trasporto e/o nella viabilità), le zone del Meridione pagano il prezzo più alto e la clientela privata, soprattutto come detto in età avanzata, subisce le maggiori conseguenze di queste politiche bancarie.
Dato che si tratta di un problema legato strettamente a ragioni anagrafiche, con macabra freddezza (di certo non manifestata a parole da chi ha potere decisionale in materia) si potrebbe pensare che tra pochi anni la questione si risolverà da sola, ma resta il disagio enorme attuale e nei prossimi anni per tante, troppe persone.
Mi ha stimolato una frase dell’articolo che ho citato (sul numero scorso di questo periodico), dove si afferma che “il fenomeno, che prima avveniva solo al sud, si sta progressivamente spandendo a macchia d’olio (…) anche nelle zone che sembravano dover essere intoccabili”.
Quindi sono andato a scartabellare tra mie vecchie carte di lavoro e ho fatto un piccolo raffronto, tra quello che era dieci anni fa la rete sportelli di UBI Banca nella mia provincia di residenza (Varese) e cosa ne è restato sommando le due reti locali di Intesa Sanpaolo e BPER, che si sono spartite il territorio dopo l’incorporazione di UBI in banca Intesa.
Premesso che già in ambito UBI Banca negli anni dal 2010 al 2015 per effetto dell’accorpamento in un unico gruppo di diverse realtà presenti in quel territorio (Banca Popolare di Bergamo, Banco di Brescia, Banca Popolare Commercio Industria, BRE) avevamo assistito ad una consistente riduzione di sportelli localmente sovrapposti, se i miei calcoli non sono stati sbagliati nel 2015 la provincia contava 87 sportelli bancari del gruppo UBI, di cui 12 cosiddetti mini sportelli, cioè dipendenze di filiali ma con una autonoma collocazione fisica in altro comune o zona della città. Ebbene, ad oggi sommando BPER e Intesa ho trovato 51 filiali ancora attive, di cui 1 solo minisportello.
Minisportelli o sportelli “leggeri” che unitamente a filiali mobili su diverse piazze a giorni alterni, tra l’altro potrebbero rappresentare una soluzione tampone al problema.
Si tratta quindi di 36 filiali in meno, vale a dire un calo di oltre il 40%. Da notare poi che il totale dei comuni in cui non è più presente alcuna filiale ex UBI ammonta a 24 (su 37 chiusure, come detto).
Il problema, pertanto, è sicuramente diffuso a livello nazionale.
Giusto dieci anni fa, per rimanere in tema, un politico allora rampante e oggi un po’ calante (nome in codice per gi amici di gioventù: “il bomba”) faceva promulgare (con Decreto Legge!) la profonda riforma delle banche popolari che in sostanza obbligava tutte quelle di maggiori dimensioni, con più di 8 miliardi di attivo a bilancio, a trasformarsi da società cooperative in società per azioni, rendendole così più facilmente contendibili sul mercato. Cosa che poi in pochi anni si è puntualmente verificata: ad oggi resiste, ancora per poco, l’ultimo baluardo valtellinese della Banca Popolare di Sondrio, ancora autonoma di fatto ma trasformata in Spa dopo una strenua resistenza a suon di ricorsi e destinata a breve a soccombere (a BPER o a ING, si vedrà).
Tutte le altre, tra fusioni e incorporazioni, ormai non esistono più come società cooperative.
Non entro nel merito delle “nobili” motivazioni alla base della riforma (sostegno al sistema bancario italiano, maggiore capitalizzazione grazie a processi di fusione e incorporazione, minore contendibilità a favore di player esteri, ecc.), anche se ci sarebbe (e c’è stato) da discutere.
Mi limito ad osservare che, in ultima analisi, tutti i cambiamenti avvenuti in questi ultimi anni, da parte dei soggetti forti subentranti e/o incorporanti, si sono risolti in poderosi piani industriali con obiettivi di riduzione dei costi (strutture, personale) e massimizzazione dei profitti.
Tradotto in parole povere tagli di ogni tipo per aumentare i dividendi, con buona pace di chi sostiene che gli stakeholders (dipendenti, clienti, fornitori, amministratori e azionisti) dovrebbero contare tutti allo stesso modo sul piatto della bilancia. Evidentemente impensabile quando gli azionisti di maggioranza sono i rappresentanti di enti e istituzioni finanziarie globali che, nei loro giochi di scatole cinesi, si sono accaparrati o hanno reso ininfluente anche quella grossa fetta di azionariato popolare che era, appunto, la ragione di essere delle vecchie banche popolari.










