di Mario Caspani •
Di solito la domenica mattina, se non sono impegnato altrove, vado in centro a fare 4 passi per bere un caffè e comprare un giornale (o due). Che poi è lo stesso a cui sono abbonato online, ma non voglio privarmi del piacere di toccare la carta, annusarla, sfogliarla, almeno una volta a settimana. Senza dimenticare che un po’ di scorta cartacea in casa non fa mai male per scopi diversi, che so, imballaggio, copertura mobili, piccoli lavoretti…
Punto primo: in questi ultimi anni sta diventando sempre più difficile trovare edicole, pare che nell’ultimo decennio a livello nazionale siano diminuite da oltre 16.000 a poco più di 13.000 e la tendenza è in peggioramento. Riflette, in fin dei conti, la drastica riduzione di vendite di quotidiani e riviste. Solo i quotidiani sempre nell’ultimo decennio, pare siano scesi da 2,6 milioni di copie a 1,3 milioni, giusto la metà e, anche qui, con previsioni tutt’altro che rosee per il futuro.
Punto secondo: come già scrivevo pochi mesi fa, farebbero bene gli editori e i giornalisti a recitare un bel mea culpa per questa crescente disaffezione dei lettori, sempre meno propensi a farsi buggerare da “narrazioni” che spesso poco hanno a che fare con un’onesta presentazione dei fatti ma, al contrario, mirano sempre ad avvalorare tesi precostituite in base all’orientamento politico delle testate in cui vengono pubblicati.
Una volta ci si vantava, almeno i migliori, di tenere i fatti divisi dalle opinioni (c’era la cronaca e c’erano i commenti), sempre più spesso invece la scelta delle notizie e il loro “confezionamento” editoriale tradisce la volontà di instillare nel lettore un giudizio già bello e pronto, quindi un pregiudizio.
Editori puri ne sono rimasti pochissimi, la maggior parte è legata a lobbies di potere finanziario o industriale che usano l’informazione per i loro scopi in modo più o meno trasparente, senza dimenticare la necessità di garantirsi una sostanziosa raccolta pubblicitaria in mancanza della quale le sole vendite non basterebbero a garantire un equilibrio di bilancio.
L’esempio più eclatante è recentissimo, con la dismissione degli asset editoriali di Gedi da parte degli eredi Agnelli. Per qualche anno la proprietà di due (ex) corazzate dell’informazione come Repubblica e La Stampa ha garantito la copertura mediatica (e sindacale) a tutta una serie di operazioni di smantellamento delle attività industriali italiane dell’ex galassia Fiat, ora a danno compiuto, con buona pace dei pensosi e sconcertati editorialisti, adagiati in amache o poltroncine da scrivania, la copertura mediatica non serve più e il giocattolo può essere rotto (venduto) senza troppi danni.
Tornando alle mie domeniche, noto che il giornale non spunta più dalle tasche dei cappotti di quasi nessuno, mentre solo pochi anni fa era merce ancora diffusa e non era raro trovare capannelli di persone che commentavano questa o quella notizia leggendo un articolo.
Certo c’è un evidente gap generazionale: quelli come me, definiti dai sociologi “baby boomers” (ora si dice solo “boomers” e quasi sempre in senso ironico se non dispregiativo, ché “baby” non lo siamo più da un pezzo), intendo i nati all’epoca del boom economico tra gli anni ‘50 e ‘65 del secolo scorso, per ragioni anagrafiche stanno diventando minoranza e pesano sempre meno nelle scelte di mercato di chi deve a tutti costi pensare a far crescere il fatturato, quando addirittura non pesano di più sui costi sociali di welfare per pensioni e assistenza medica e, di conseguenza, cominciano ad essere mal sopportati.
La generazione successiva, battezzata Gen X (1965-1980) è stata una generazione di passaggio in attesa della rivoluzione informatica che ha investito i Millennials (1981-1996), per non parlare della successiva generazione, la famosa Gen Z (1997-2012) cioè i nati e cresciuti a inizio nuovo millennio, ragazzi e ragazze investiti in pieno e in tenera età dalla rivoluzione digitale internettiana e “condannati” ad una vita iperconnessa.
Con effetti ancora più evidenti sull’ultimissima Gen Alpha (nati dal 2013 ad oggi) che si avvia ad essere quella dell’intelligenza artificiale, in aggiunta a tutte le spinte tecnologiche e informatiche degli anni precedenti.
Insomma, che volete gliene freghi ai nati degli ultimi 25/30 anni di leggere lenzuolate pensose di pseudo intellettuali engagé, articolesse di più pagine scritte in piccolo e su carta, quando l’abitudine ormai diffusa è diventata il like o il dislike a commenti di poche righe arraffati da questo o quel social, la risata crassa e inutile per la clip di Tiktok, la foto con battuta di Instagram, ecc.?
La realtà è che ormai c’è una diffusissima disabitudine a leggere e approfondire alcunché, men che meno saggistica o narrativa di un certo impegno, credo che i lettori di libri siano ormai da considerare alla stregua di piccole riserve indiane, coltivatori di idee che potrebbero essere paragonati ai coltivatori e consumatori di cannabis, ognuno con le rispettive necessità di evasione.
Non mi avventuro di sicuro in giudizi di merito, né in considerazioni quali “eh, una volta sì che si stava bene…” che lasciano il tempo che trovano. Mi limito sommessamente a dire che sono felice di aver potuto sperimentare le diverse esperienze conoscitive caratteristiche di ciascuna delle generazioni di cui ho detto e mi tengo il mio parere.
Dopo di che andrò a finire il libro (cartaceo) che sto leggendo.










