info@alpluraleonline.it

Al Plurale Online

L’armonia sociale non è un dato

La concordia si costruisce nel tempo, tra memoria del passato e conoscenza del presente, con costanza e dedizione istituzionale

di Brunella Trifilio •

Le guerre, i conflitti etnici, i dissidi interpersonali fanno parte della storia dei popoli che ignorano o dimenticano il valore della concordia. Ignorare o dimenticare tale valore non è poi così difficile quando, tra le priorità dei popoli, il sostegno alla cultura e la difesa della memoria passano in secondo piano. Immanuel Kant sosteneva che “lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni accanto agli altri, non è certo uno stato di natura (status naturalis), il quale è invece uno stato di guerra, nel senso che, sebbene non vi siano ostilità continuamente aperte, ve n’è tuttavia sempre la minaccia.”

Se è vero che il pericolo dello scontro (in ogni ambito, tempo e latitudine) è sempre in agguato, la dedizione istituzionale alla costruzione della concordia (in ogni ambito, tempo e latitudine) è più che scontata, se ciò per cui si governa non è altro che il bene del popolo. Le atrocità del secondo conflitto mondiale avevano insegnato ai popoli l’importanza della memoria (per non replicare gli errori già commessi), come dell’educazione all’agire civile per costruire solide democrazie. Una lezione della storia che ha tracciato, dentro e fuori i confini degli Stati, un percorso di grande impegno istituzionale verso la memoria, la cultura (come pilastro della consapevolezza) e la cittadinanza globale. Un impegno istituzionale ripagato con lunghi periodi di pace e prosperità economica lì dove (come in Europa) tanti valori condivisi hanno unito popoli diversi un tempo nemici.

Se è vero che la consapevolezza del passato, del presente e dei grandi valori dell’umanità (solidarietà, inclusione, libertà d’espressione…) ha favorito la costruzione dell’armonia sociale in vaste aree del mondo, la conflittualità di tante altre si spiegherebbe con una certa défaillance della memoria e della cognizione del proprio presente. E proprio sul fronte della conoscenza si apre un’altra questione importante. Il decadimento culturale di un popolo, in un contesto economico poco appagante, rappresenta infatti un problema in più. Il tentativo maldestro d’analizzare i problemi sociali (povertà, disoccupazione, difficile accesso alle cure mediche o al welfare pubblico…), senza possedere gli strumenti culturali che ne permettano una corretta interpretazione, può condurre il popolo decisamente fuori strada. Così, ad esempio, per effetto di un ragionamento errato, una data condizione di disagio economico e sociale può suscitare diffidenza nei confronti di chiunque si ritenga, senza valide ragioni, responsabile della situazione. Una diffidenza ingiustificata dal volto sempre nuovo. Diffidenza verso l’immigrato che si crede responsabile di una disoccupazione interna della quale invece si ignorano le reali cause. Diffidenza verso il personale sanitario (per lo stress legato alle lunghe liste d’attesa nelle strutture ospedaliere), quando non si è capaci di soffermarsi invece sulle reali problematiche della sanità pubblica.

Diffidenza verso uno Stato più o meno confinante, quando ci si convince che una situazione di crisi interna sia da ricercare oltre i propri confini nazionali, invece che negli eventuali errori della politica economica e sociale del proprio Paese. Dalla diffidenza alla discordia poi, il passo è breve. Come se non fossero già troppi i conflitti del mondo, la battaglia ideologica locale a questi nemici immaginari, “figli” di un’errata interpretazione del proprio presente, accentua quella disarmonia latente che gravita attorno alle persone, alle comunità, ai Paesi quando hanno già perso la memoria del loro passato più buio. Fatte queste premesse, si comprende come le alternative del popolo siano almeno due, con le relative conseguenze.

Scegliendo l’alternativa della povertà culturale e della chiusura, si corre il rischio di affidarsi poco alla ragione e molto all’istinto (la cosiddetta legge della giungla) e dunque a una conflittualità sociale via via crescente all’aumentare delle problematiche irrisolte e della globalizzazione. Scegliendo la strada della consapevolezza e della condivisione dei più alti valori della vita (solidarietà, rispetto, inclusione…), si costruiscono comunità civili guidate dalla ragione e rispettose delle leggi scritte nelle democrazie. In queste comunità democratiche, l’educazione al rispetto di ogni persona, a prescindere dalle differenze (etniche, religiose, sociali, economiche…) accompagna l’intera vita dei cittadini, nella convinzione comune che nessun tipo di predominio possa supportare la serenità individuale. La complessità di questo secondo percorso è più che scontata, ma necessaria.

Se si crede nel potere trasformativo dell’educazione dei popoli per la costruzione della concordia, bisogna pensarci dunque per tempo e in una dimensione geograficamente allargata; perché diventare buoni cittadini di un mondo sempre più interconnesso è un processo lungo, articolato, accidentato. Quando diventano necessarie la coercizione e la guerra per ristabilire l’ordine sociale, l’uomo ha nuovamente fallito la sua esistenza e i governanti la loro prova essenziale, quella di assicurare la buona vita dei popoli per mezzo di quella serenità duratura che sostiene le democrazie.

Tags

Share this post:

Post Correlati