di Brunella Trifilio •
Al riaccendersi dei conflitti nei Paesi esportatori di petrolio e gas naturale, riemerge con forza il problema legato alla lentezza del processo di transizione dai combustibili fossili (carbone, gas, petrolio) verso le fonti rinnovabili. Alcuni Paesi europei come il Portogallo, la Spagna e l’Olanda, hanno già agganciato da tempo il loro modello di sviluppo al crescente impiego delle fonti rinnovabili, con il doppio beneficio della riduzione della loro “dipendenza energetica” e del rispetto dell’ambiente.
L’Italia non ha creduto abbastanza in questo virtuoso modello di sviluppo e ora, in un momento di crisi energetica come l’attuale, deve affrontarne in fretta le conseguenze economiche e sociali. L’ultima analisi dell’Agenzia nazionale per l’energia (ENEA), con riferimento al sistema energetico italiano nel 2025, è un esempio di quanto sia ancora marcata la distanza dagli obiettivi europei al 2030 per la transizione ecologica ed energetica.
Un’evidenza che, interpretata nel contesto delle recenti tensioni geopolitiche, suscita non poche preoccupazioni. Soffermandosi sulle potenzialità energetiche da fonti pulite dell’Italia e, nel contempo, sulla lentezza del processo di transizione ecologica ed energetica, appare evidente una contraddizione inspiegabile.
La più chiara conseguenza di questa contraddizione è la forte dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili (70% del fabbisogno energetico) il cui costo, già di per sé rilevante, al riaccendersi delle tensioni belliche nei Paesi che vendono all’Italia questi combustibili, diventa poco sostenibile per imprese e cittadini.
La dipendenza italiana dalle importazioni di petrolio e gas, porta con sé l’inevitabile conseguenza dell’eccessiva esposizione alla volatilità dei prezzi di queste materie prime sui mercati internazionali. Se il caso italiano è un esempio delle difficoltà non facilmente gestibili nel corso delle crisi energetiche improvvise (dato l’insufficiente contributo delle fonti rinnovabili alla produzione interna d’energia), altri Paesi europei più virtuosi nel processo di transizione confermano invece, nei fatti, la sua inevitabilità al fine di ridurre la dipendenza energetica e il rischio di forti aumenti dei costi dell’energia da combustibili fossili importati.
Le recenti osservazioni del Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sanchez – “… Sabato scorso noi abbiamo pagato 14 euro al MWh, l’Italia 100 …” – dimostrano quanto sia auspicabile ridurre la dipendenza energetica quando strettamente connessa all’eventuale gestione emergenziale delle forniture di combustibili fossili (difficile ricerca delle migliori condizioni di prezzo sui mercati internazionali durante le crisi).
Trasformare al più presto una “minaccia” energetica come quella recente in una grande “opportunità” di cambiamento verso l’autosufficienza energetica, non significa però riprendere in considerazione l’alternativa del nucleare. Se ammettiamo che quella ecologica sia la scelta energetica giusta, l’ipotesi del nucleare (come alternativa al carbone, petrolio e gas) decade automaticamente. Se è vera l’ipotesi che attraverso il nucleare non risolveremmo il problema dei costi, aggiungendo però i rischi legati alle centrali e alle scorie, chiudere l’argomento, una volta per tutte, è consequenziale.
In proposito, per citare ancora una volta questo Paese europeo così geograficamente vicino all’Italia, è bene ricordare che la Spagna ha previsto un piano d’uscita dall’energia atomica con la progressiva chiusura delle attuali 7 centrali ancora attive, tra il 2027 e 2035. Ci sarà un motivo valido a supporto di questa scelta? Allora, se il motivo valido esiste, perché riaprire il dibattito sul nucleare in Italia quando si dispone di tante risorse pulite come altri Paesi più virtuosi nella transizione energetica? Le alternative per produrre energia pulita sono davvero tante; basterà saperle cogliere con efficacia ed efficienza.
Non solo il sole e il vento consentono di produrre energia elettrica (solare ed eolica) con grande facilità. Dall’energia generata dal flusso di calore che scorre tra le rocce, dall’interno della Terra alla sua superfice, si può ricavare energia geotermica. Anche l’energia da biomassa, come gli scarti delle aziende zootecniche e forestali, potrebbe fare la differenza nel processo di avvicinamento all’autosufficienza energetica, grazie alla sua abbondanza.
Riflettendo sulle criticità di un modello di sviluppo che costa molto caro all’ambiente e agli italiani rispetto ad altri cittadini europei (gli spagnoli sostengono in media un costo dal 30 al 40% in meno) e comprendendo le opportunità economiche e ambientali garantite dall’impiego delle fonti di energia rinnovabili, sapremo fare della transizione ecologica ed energetica la nostra nuova strada di sviluppo. Basta volerlo nei fatti, non solo sulla carta.










