di Mario Caspani •
… e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio
prima di genuflettermi nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto la statura di Dio.
(Fabrizio De Andrè, Un giudice)A risultato referendario acquisito, a bocce ferme, come suol dirsi, mi è tornata in mente questa canzone, di cui cito la strofa finale, del compianto Faber, tratta dall’album in cui traspose liberamente in musica alcune delle liriche della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters. Per chi non la ricorda si tratta di una caustica ballata contro un giudice affetto da nanismo che cerca e trova, finché in vita, un riscatto e una vendetta contro il suo status, esercitando in modo severo il proprio ufficio.
Non è casuale il riferimento religioso della chiusura, dato che il magistrato (in terra) e Dio (nell’aldilà, per chi ci crede) sono le uniche due entità cui compete giudicare uomini e donne al punto di poter togliere loro la libertà del corpo e dell’anima.La canzone rappresenta bene la diffusa sfiducia nell’ordine costituito da parte di un ambiente antagonista, soprattutto nel periodo post sessantottino, fino ai tempi di mani pulite, inizio anni 90 del secolo scorso. Dopo di che le iniziative a tappeto delle Procure, che determinarono la fine della cosiddetta prima repubblica, ebbero anche la conseguenza di garantire una pressoché totale fiducia dell’opinione pubblica nell’operato dei magistrati, si parla di un consenso che sfiorava il 90%.
Ora pare che la fiducia sia ancora maggioritaria, ma stando all’esito referendario si attesta a poco più del 50% degli elettori (votanti). Un dato che dovrebbe far comunque pensare ai vincitori. Non ho mai scritto né postato nulla sui social su questo tema (il referendum sulla riforma della giustizia) prima di oggi, cioè a voto concluso, non mi piace fare il propagandista, soprattutto in tempi avvelenati come questi, dove al pacato ragionamento si preferiscono gli slogan infarciti più o meno da falsità, a sostegno dell’una o dell’altra opinione (e questo vale per ogni tematica di discussione).
Ma oggi ho la netta sensazione che l’esito di questa votazione non abbia nulla a che vedere con una attenta disamina delle ragioni pro e contro la riforma, ma sia stato determinato da una precisa scelta politica di votare “contro” a prescindere, da parte di uno schieramento eterogeneo di oppositori e/o scontenti che hanno pensato di far sentire la loro voce contraria.
Intendiamoci, nulla di scandaloso, la democrazia funziona così e, come chiosava Churchill, è la peggior forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre.
Però mi chiedo perché in nome della Costituzione la maggioranza degli elettori abbia votato contro la Costituzione stessa. Mi spiego: fin dal 1999 quando sotto l’allora governo D’Alema fu modificato l’articolo 111 della Costituzione inserendovi il fondamentale principio delle terzietà dei Giudici a garanzia di un equo processo, lo stesso articolo 111 mi pare in conflitto con l’articolo 104 dove, accanto all’inviolabile principio dell’indipendenza della magistratura, si stabilisce che la magistratura stessa sia un corpo unico (inquirente e giudicante), sotto il controllo dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Come può esservi terzietà del Giudicante a tutela dell’inquisito quando l’inquisitore appartiene alla stessa “squadra” del Giudice? Sicuri che non vi sia condizionamento? Sicuri che le logiche elettorali riferite alla nomina dei componenti dell’unico CSM non influiscano nei comportamenti? Sicuri che la mancanza di un organismo esterno per valutare eventuali errori o sanzioni disciplinari sia una carenza da poco?
La risposta a quest’ultimo quesito la fornisce un dato preciso: negli ultimi trent’anni circa 30.000 persone sono state private della libertà ingiustamente, 1.000 all’anno, si tratta mediamente di 3 casi al giorno circa, generando richieste risarcitorie per milioni e milioni di euro. A fronte di questi numeri eclatanti risulta che solo il 3% dei magistrati sottoposti a provvedimenti disciplinari sia stato sottoposto a una qualche forma di sanzione.
Ecco, tutto qua. Speravo che l’approvazione della riforma potesse in qualche modo migliorare la macchina della giustizia, partendo proprio dalla separazione delle carriere, argomento peraltro che sia nel lontano che nel recente passato è stato inserito nel programma del principale partito di opposizione, salvo poi smentirsi al momento del voto.
Non ho poi mai avuto paura che, in una democrazia matura come la nostra, qualsiasi tentativo di forzare la mano nel senso di sottoporre a controllo politico la magistratura post riforma si sarebbe scontrato con la sacrosanta opposizione dei competenti organi, a partire dalla Presidenza della Repubblica e dalla Corte Costituzionale. Chi pensa il contrario, a mio modesto parere, continua a fare propaganda politica fuori luogo.










