di Mario Caspani ∙
Piero Buscaroli, nelle sue monumentali biografie dedicate a Bach e a Beethoven, cita spesso l’aforisma di Friedrich Nietzsche “vi è solo biografia” e intreccia mirabilmente storia, vita e musica dei due giganti della musica in parallelo agli eventi storici dei periodi in cui vissero.
La frase mi è tornata in mente leggendo l’ultimo pregevole lavoro di Marcello Veneziani, Senza Eredi (Marsilio, 2024), che nel sottotitolo rivela le linee guida del contenuto: “ritratti di maestri veri, presunti e controversi in un’epoca che li cancella”.
In effetti anche in questo caso di tratta di ritratti, (micro)biografie più del pensiero che della vita vissuta (ma ci sono spesso riferimenti anche a quella), ciascuno di poche pagine, ma scritte con la maestria data da una straordinaria capacità di sintesi e interpretazione dell’autore.
Se Buscaroli stupiva con le mille e passa pagine delle sue opere, Veneziani incanta per la profondità delle intuizioni e, mi ripeto, una limpida abilità di sintesi che guida il lettore nei temi trattati senza lasciarsi imbrigliare dalla complessità degli argomenti presi in esame.
Perché di questo si tratta. I circa 70 ritratti condensati nel libro non sono affatto monotematici, ma abbracciano secoli di storia del pensiero (anche se ovviamente con maggiore attenzione agli ultimi due) attraverso la descrizione di autori appartenenti a varie discipline: filosofi, letterati, poeti, fisici, sociologi, giornalisti, scienziati, critici d’arte. Autori e PensAutori, secondo un felice neologismo, “autori che pensano e fanno pensare”, uomini e donne che hanno lasciato tracce importanti nella storia del pensiero e purtroppo in molti casi sono stati dimenticati, al punto da far titolare l’opera a Veneziani con il pessimistico “Senza eredi”.
Per scrivere un’opera del genere ci vogliono quelle che Camillo Langone, nel recensire il lavoro su Il Foglio, ha definito “doti picomirandolesche”, regalando all’autore il titolo di Maestro dei Maestri e di enciclopedista della tradizione. Ne rileva giustamente il tono “affranto”, percepibile soprattutto nelle pagine introduttive, che denunciano la povertà del dibattito culturale odierno, schiacciato tra consorterie che badano al proprio interesse di parte e pulsioni “woke” e politicamente corrette, nel solco venefico della “cancel culture”. E soprattutto pagine che denunciano tristemente la “solitudine” di chi osa opporsi al mainstream, perché nella migliore delle ipotesi si viene ignorati e isolati, senza la minima possibilità di confronto. Fino al punto che l’introduzione si chiude con l’amara constatazione che “Nonostante tutto, continueremo a sentirci eredi di autori e tradizioni e a onorare i maestri, i padri, i fratelli maggiori. E, se saremo soli, vuol dire che saremo in compagnia degli dei, degli assenti, degli invisibili”.
Ma, quasi a controbilanciare il cupo pessimismo della parte introduttiva, nelle pagine finali intitolate “E’ ancora possibile un pensiero nuovo? ”ci viene regalata una speranza sotto forma di elogio della maternità e della vita nascente e non a caso Veneziani ci ricorda che “Socrate diceva di praticare con il pensiero l’arte di sua madre levatrice (…) i concepiti in lui erano i concetti. Questa è l’arte di pensare, di scrivere, di essere autori, che tira fuori il nuovo da chi ascolta, da chi legge, dalla vita”.
Alla fine di questo libro, che ringrazio di aver potuto leggere, non posso che concordare nuovamente con la chiosa della recensione di Langone, perché anche se è vero che la nostra è la prima epoca a non riconoscere eredità da custodire e da trasmettere, forse “non tutto è perduto se ancora si scrive e si pubblica un libro così.









