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L’intelligenza artificiale non si subisce, si governa: il ruolo centrale del sindacato

di Nino Lentini •

La grande sfida del futuro riguarda anche il mondo del lavoro. Il sindacato deve prepararsi a governare il cambiamento, affinché l’AI diventi un’opportunità e non una minaccia per l’occupazione.
Corre l’anno 2026 e l’intelligenza artificiale è ormai entrata, a pieno titolo, nella nostra quotidianità. È difficile immaginare un futuro prossimo nel quale questa tecnologia non avrà un ruolo importante nella vita privata, nelle aziende e nella pubblica amministrazione.

Ma è bene ricordare una cosa fondamentale: l’intelligenza artificiale è uno strumento. E come ogni strumento deve rimanere nelle mani dell’uomo.

L’AI può consentire di risolvere problemi, velocizzare processi, semplificare attività e migliorare in maniera significativa il nostro modo di lavorare. Le sue potenzialità sono enormi. Proprio per questo, però, occorre affrontarne lo sviluppo con consapevolezza, responsabilità e preparazione.

Non possiamo permettere che sia la tecnologia a governare l’uomo. Deve essere l’uomo, attraverso la propria intelligenza, la propria conoscenza e la propria capacità decisionale, a governare la tecnologia.

Sarebbe un errore madornale delegare completamente alle macchine decisioni che riguardano le persone, il lavoro e, più in generale, il futuro della nostra società.

Di fronte a questa trasformazione, il mondo sindacale non può limitarsi a osservare ciò che accade. Deve essere protagonista.

Soprattutto nei momenti di rinnovo dei contratti nazionali, bisognerà arrivare al confronto con le aziende preparati, qualificati e consapevoli delle trasformazioni in atto.

Il sindacato dovrà essere capace di proporre, confrontarsi e, quando sarà necessario, anche contrapporre le proprie idee e il proprio punto di vista.

Sono gli stessi valori che hanno sempre contraddistinto l’azione sindacale: la tutela dei lavoratori, la difesa dei diritti, la salvaguardia dell’occupazione e, nello stesso tempo, il rispetto per le aziende e per il loro ruolo nel sistema economico.

Perché le aziende hanno bisogno dei lavoratori e i lavoratori hanno bisogno di aziende sane, competitive e capaci di crescere.

Non bisogna dimenticare, però, che l’intelligenza artificiale arriva in un mondo del lavoro nel quale la riduzione degli organici è già da tempo una realtà.

Prendiamo il settore bancario, una delle eccellenze del nostro Paese. Il numero degli addetti, che un tempo superava abbondantemente le 350.000 unità, si è ridotto a poco meno di 270.000. E non sembra essere finita.
Nuovi piani industriali, fusioni, accorpamenti, cessioni di rami d’azienda e riorganizzazioni continuano a modificare profondamente il settore. A tutto questo si aggiungono la chiusura degli sportelli e la conseguente riduzione degli organici.

È proprio in questo scenario che l’avvento dell’intelligenza artificiale deve essere affrontato con particolare attenzione.

Perché, se non saremo preparati, il rischio è che una tecnologia nata per semplificare e migliorare il lavoro possa trasformarsi, in alcuni casi, in un ulteriore fattore di riduzione dell’occupazione e la risposta non può essere la paura.

Le novità non si combattono ignorandole.  Si studiano, si comprendono e si governano.
Il sindacato deve quindi investire nella conoscenza dell’intelligenza artificiale, comprenderne il funzionamento, seguirne gli sviluppi e soprattutto anticiparne le conseguenze sul mondo del lavoro. Non possiamo permetterci di arrivare in ritardo.

Occorre creare le condizioni affinché l’AI diventi una possibilità di crescita per le aziende e, contemporaneamente, una grande opportunità per i lavoratori.

Per fare questo, sarà fondamentale intervenire attraverso la contrattazione.

Nei contratti nazionali di categoria dovranno essere introdotte regole certe e condivise sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, sulla formazione dei lavoratori, sulla gestione dei processi di trasformazione e sulle conseguenze che l’introduzione delle nuove tecnologie potrà avere sull’organizzazione del lavoro.

Il lavoratore non deve diventare un semplice esecutore di decisioni prese dalle macchine. Deve essere messo nelle condizioni di conoscere, comprendere e governare gli strumenti che utilizza.

La storia del progresso tecnologico ci insegna che ogni grande trasformazione ha inizialmente generato dubbi e preoccupazioni.

Se torniamo agli anni Cinquanta, ricordiamo un mondo nel quale per fare i calcoli e svolgere molte attività d’ufficio si utilizzavano la penna e la matita. E persino la penna aveva bisogno del calamaio per intingere il pennino nell’inchiostro. Poi sono arrivate le calcolatrici a manovella, quindi quelle elettriche.

Successivamente sono comparsi i primi computer, strumenti che inizialmente hanno creato non poche difficoltà ai lavoratori, ma che hanno progressivamente reso più veloce e più efficiente il lavoro.

Anche allora, aziende e sindacato hanno dovuto confrontarsi con il cambiamento.

E lo hanno fatto attraverso la contrattazione, creando regole e strumenti capaci di accompagnare l’innovazione e, contemporaneamente, tutelare i diritti dei lavoratori.

Oggi ci troviamo di fronte a una nuova, enorme trasformazione.

La velocità con cui si sviluppa l’intelligenza artificiale è probabilmente superiore a quella di qualsiasi altra innovazione tecnologica conosciuta in passato. Ma il principio non deve cambiare. Anche questa volta dobbiamo affrontare il cambiamento con preparazione, responsabilità e lungimiranza.

La priorità deve essere duplice: tutelare il lavoratore e tutelare il lavoro, senza dimenticare il ruolo e la competitività delle aziende.

Non dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale. Dobbiamo avere paura, semmai, di non conoscerla abbastanza, perché chi non conosce una trasformazione rischia di subirla.

Chi invece la studia, la comprende e si prepara ad affrontarla può cercare di governarla.

Ed è proprio questo che il sindacato deve fare.

Deve essere presente prima che le decisioni vengano prese, non dopo. Deve conoscere le nuove tecnologie, comprenderne le potenzialità e i rischi e portare al tavolo della contrattazione proposte concrete.

L’obiettivo deve essere quello di costruire un modello nel quale l’intelligenza artificiale non rappresenti semplicemente un mezzo per ridurre i costi e gli organici, ma uno strumento per migliorare il lavoro, aumentare la professionalità, creare nuove competenze e, dove possibile, generare nuova occupazione.
In definitiva, il progresso tecnologico deve essere al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio della tecnologia.

Come si dice in gergo: “Bisogna prendere il toro per le corna e cercare di non farsi incornare.”
Con questo auspicio guardiamo al futuro.

L’intelligenza artificiale sarà certamente una delle grandi protagoniste degli anni che verranno. Sta a noi fare in modo che rappresenti una grande opportunità non soltanto per le aziende, ma anche per i lavoratori di tutte le categorie.

Perché il futuro non va semplicemente aspettato.

Il futuro va conosciuto, preparato e, soprattutto, governato.

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