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Ascoltare musica o ammirare capolavori della pittura può cambiare la vita, la società, l’economia…

di Brunella Trifilio •

L’Italia è un Paese universalmente conosciuto come la “Terra dell’arte”, eppure il suo sistema scolastico continua a relegarla tra le materie di studio ritenute secondarie. Una marginalizzazione storica aggravata da riforme che, in alcuni percorsi scolastici, hanno comportato addirittura la riduzione, rispetto al passato, delle ore dedicate allo studio dell’arte. Una scelta paradossale in un Paese visitato principalmente per il suo straordinario patrimonio artistico. Un danno allo sviluppo del pensiero critico, dell’intelligenza emotiva e della consapevolezza individuale dei ragazzi. Ma anche un mancato stimolo alla formazione turistica di qualità, quando di arte questo Paese dovrebbe invece vivere. L’arte non andrebbe mai marginalizzata, ma sempre posta al centro della programmazione scolastica per i tanti benefici individuali, sociali e anche economici che ne potrebbero derivare. I benefici della rimodulazione delle ore di studio (attraverso un alleggerimento degli argomenti ai quali si dedica ancora un peso eccessivo rispetto ai tempi che viviamo), a favore delle molteplici forme di arte, potrebbero essere davvero tanti. La pittura e la musica, ad esempio (quali strumenti di apprendimento più coinvolgenti di tante pagine scritte), aiuterebbero i ragazzi alla più facile osservazione e alla corretta interpretazione della realtà che li circonda, rendendoli anche meno vulnerabili alla manipolazione mediatica.

Sviluppare il pensiero critico e rafforzare i valori, attraverso l’ascolto della musica in classe o i dibattiti sul significato delle immagini dipinte, è molto più facile e immediato che raccontare (a parole!) la forza dell’amore, della pace, della democrazia, dell’inclusione. I messaggi visivi e sonori, come anche i dibattiti, arrivano facilmente al cuore dei ragazzi, rendendoli più sensibili alle problematiche della società in cui vivono e stimolando quella partecipazione alla vita pubblica nella quale credono ormai troppo poco. Le parole cantate da Francesco De Gregori, “la storia siamo noi …”, per fare uno dei tanti esempi possibili, valgono più di una valanga di parole sull’argomento, ripetute (magari sempre uguali), sin dai tempi della scuola dei nostri genitori.

Eppure, quanti pensano che una canzone come questa possa cambiare l’approccio dei giovani alla politica oppure stimolare la crescita nella consapevolezza del proprio presente? Educare, oltre che attraverso l’esempio delle buone azioni e dei tradizionali libri di testo, con l’ascolto della musica in classe aiuterebbe a consolidare comunità democratiche che resistono nel tempo (non soltanto per l’indispensabile contributo di governanti responsabili e di buoni cittadini), ma perché fondate su valori interiorizzati e condivisi. Tante le canzoni capaci di trasformare uno studente da “spettatore passivo del suo tempo” in un individuo consapevole che vive la sua storia contribuendo attivamente a determinarne il suo corso insieme ai compagni di classe, senza esclusioni.

Proprio in quel “nessuno si senta escluso”, che chiude la canzone di De Gregori, si percepisce immediatamente il senso di una costruzione individuale che diventa collettiva nel trasformare, in meglio e insieme agli altri, il proprio approccio alla vita. Così, grazie all’impatto emotivo dell’arte, il disimpegno politico e il disinteresse giovanile dei nostri tempi può trasformarsi in scelte concrete e assunzione delle proprie responsabilità. Trattando il tema della pace, non come semplice concetto astratto, ma come valore da realizzare (proprio a partire dai banchi di scuola), quale messaggio più potente della canzone “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan? Questo brano, universalmente considerato simbolo dei movimenti civili degli anni ‘ 60, è capace di suscitare un profondo disprezzo per la guerra, già a partire dalla prima strofa. Non si rischia di distrarsi o annoiarsi ascoltando queste parole: “Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo? E quanti mari deve navigare una bianca colomba prima che possa riposare sulla sabbia?

E quante volte le palle di cannone dovranno volare prima che siano per sempre bandite? La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento…”. Ma sicuramente, la lettura del testo, accompagnata dalle sue note pacate, “manda immediatamente al macero” qualsiasi tentazione di giustificare la guerra. Studiare l’arte aiuta anche a comprendere la nostra civiltà, il valore della libertà, le nostre conquiste democratiche e favorisce il dialogo interculturale. Nel famoso quadro di Delacroix del 1830, “La libertà che guida il popolo”, questa ha il volto di una donna capace di guidare un popolo coraggioso e consapevole, in grado di affrancarsi dallo strapotere di un’aristocrazia autoreferenziale che abbandona la gente alla sua miseria. Quanti messaggi d’immediata lettura per uno studente distratto dalle sue piatte “giornate social”: il rifiuto della sottomissione ai soprusi, il valore della libertà, il rigetto della subalternità femminile…

Ma lo studio dell’arte in classe non significa soltanto più facile accesso ai grandi valori della vita. L’avvicinamento all’arte ha anche dei risvolti più immediati e pratici perché sviluppa la creatività, aiuta nel “problem solving”, nella gestione delle emozioni ed è terapeutico nella riduzione dell’ansia scolastica. Per non parlare delle positive ripercussioni sull’economia di una buona formazione artistica degli studenti che, nella vita, si occuperanno proprio di turismo. Perché la capacità di modernizzare il settore, rendendolo qualitativamente eccellente come merita, richiede conoscenza approfondita del patrimonio artistico.

I ragazzi, anche attraverso i loro disagi, ci chiedono un’attenzione maggiore alla programmazione scolastica e una risposta concreta alle loro nuove esigenze. Se una bella risposta è ancora una volta nell’arte, come nelle parole di un cantautore italiano che di scuola se ne intende davvero – “… sogna ragazzo sogna, piccolo ragazzo nella mia memoria, tante volte tanti dentro questa storia: non vi conto più; sogna ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania, manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu…” (Roberto Vecchioni) – la costruzione di una scuola che sia sempre più attenta ai bisogni educativi dei ragazzi del nostro tempo non può più farsi attendere. Perché la scuola non deve “fabbricare mattoni tutti uguali”, ma indicare buone strade da percorrere nella vita. Perché nessuno studente sia mai “Another brick in the wall”… (Pink Floyd).

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