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Il welfare… vale allo stesso modo in tutta Italia?

di Marco De Fazio

Negli anni, il welfare di Intesa Sanpaolo è diventato uno degli aspetti più curati della gestione delle persone. Il Gruppo mette oggi a disposizione circa 400 tra servizi e iniziative, pensati per aiutare chi lavora a conciliare vita privata e professionale, prendersi cura della propria salute, gestire il bilancio familiare e ritagliarsi un po’ di tempo libero. Non parliamo solo di benefit economici: dentro c’è la previdenza complementare, l’assistenza sanitaria, il sostegno alla genitorialità, la flessibilità organizzativa, i servizi di supporto psicologico e tanti strumenti pensati per le diverse fasi della vita. Sul fronte sanitario, il Fondo Sanitario Integrativo del Gruppo segue circa 240.000 persone tra dipendenti, agenti, pensionati e loro familiari. Solo nel 2024 ha erogato oltre 1,5 milioni di prestazioni, per un valore complessivo che ha superato i 250 milioni di euro. Sono numeri importanti, che raccontano bene la dimensione di un welfare costruito nel tempo anche grazie alla contrattazione. Ma è proprio quando un sistema cresce così tanto che nasce una domanda in più, forse la più interessante: un beneficio uguale sulla carta produce davvero lo stesso valore per chi vive e lavora in territori diversi?

Prendiamo il tema dei figli, che rende bene l’idea.

Intesa Sanpaolo ha asili nido aziendali a Bergamo, Brescia, Firenze, Milano, Moncalieri, Napoli e Torino, che insieme accolgono oltre 300 bambini. Il Gruppo ha anche aderito alla Fondazione Cresciamo il Futuro, nata nell’aprile 2025 per mettere in rete gli asili nido aziendali e privati di diverse imprese e rendere più semplice l’accesso ai servizi per l’infanzia su tutto il territorio nazionale. Per l’anno educativo 2026-2027 è stata attivata anche una piattaforma digitale che aiuta a far incontrare la domanda delle famiglie con i posti effettivamente disponibili.

Sono strumenti utili, senza dubbio. Ma quanto funzionano bene dipende anche da dove ci si trova.
Chi lavora a Milano, Torino o in una delle altre città con un nido aziendale diretto può contare su una presenza fisica del servizio e, più in generale, su un’offerta territoriale piuttosto ampia. Chi vive invece in una città del Mezzogiorno priva di un nido aziendale ha accesso agli stessi strumenti contrattuali, certo, ma si trova davanti a una disponibilità di strutture, posti e servizi molto diversa.

Il punto allora non è chiedere un welfare migliore per il Sud. È chiedersi come rendere ugualmente fruibile il welfare che già esiste.

L’esempio degli asili nido apre un discorso più ampio.

Un beneficio può essere identico sulla carta e avere però un valore molto diverso nella vita di tutti i giorni. Quanto è lontana una struttura convenzionata, quanti posti ci sono, quanto si aspetta, che offerta privata c’è sul territorio, quanto costano i servizi: sono tutti fattori che possono cambiare sensibilmente l’utilità reale di una misura.

Vale lo stesso discorso per la sanità integrativa.

Il Fondo Sanitario garantisce una copertura ampia e, come dicevamo, nel 2024 ha movimentato oltre 250 milioni di euro di prestazioni. Ma la qualità che le persone percepiscono dipende anche dal riuscire a trovare una struttura convenzionata vicino a casa, dalla sua disponibilità e dai tempi necessari per ottenere una prestazione.

È una distinzione che conta: il welfare non è solo ciò che viene riconosciuto sulla carta, ma anche ciò che il lavoratore riesce concretamente a utilizzare.

Lo stesso ragionamento vale per chi assiste un familiare anziano, per chi ha figli piccoli o per chi si trova ad affrontare un momento di fragilità.

Nel 2024 Intesa Sanpaolo ha arricchito il servizio di sostegno psicologico Ascolto e Supporto con la figura del Social Care Manager, che aiuta i dipendenti anche a trovare servizi sul territorio per la cura di figli, anziani e persone con disabilità. Nel 2025 il servizio ha registrato circa 3.000 accessi complessivi.

È un segnale non da poco: il welfare sta lentamente passando dal semplice erogare un beneficio al cercare, insieme alla persona, una risposta concreta al suo bisogno.

La sfida dei prossimi anni, allora, forse non è soltanto aggiungere nuove misure a un sistema già molto articolato. Potrebbe essere piuttosto quella di misurare quanto queste misure siano davvero accessibili nei diversi territori. Dove i servizi scarseggiano, può servire rafforzare le convenzioni. Dove gli asili nido non bastano, può essere utile allargare la rete. Dove l’offerta sanitaria è meno capillare, investire sulla prossimità può fare la vera differenza. Non per costruire un welfare “del Nord” e uno “del Sud”, ma per arrivare a un obiettivo più ambizioso: stesso diritto, stessa possibilità concreta di goderne.

È questo, in fondo, il passaggio dal welfare uniforme al welfare equo.

Perché l’uguaglianza non si misura solo da ciò che viene riconosciuto a tutti. Si misura anche dalla distanza che separa quel diritto dalla vita quotidiana delle persone.

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