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	<description>Periodico Mensile Al Plurale &#124; UNISIN</description>
	<lastBuildDate>Wed, 25 Mar 2026 09:37:08 +0000</lastBuildDate>
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		<title>In questo mondo di ladri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nino Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:37:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra guerre, rincari e silenzi assordanti, il prezzo più alto lo pagano sempre i cittadini di Nino Lentini • Una famosa canzone del famosissimo cantautore Antonello Venditti scritta quasi quarant’anni fa diceva: Eh, in questo mondo di ladri c’è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai. Noi, noi stiamo bene tra noi [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Tra guerre, rincari e silenzi assordanti, il prezzo più alto lo pagano sempre i cittadini</h2>



<p>di Nino Lentini • </p>



<p class="has-drop-cap">Una famosa canzone del famosissimo cantautore Antonello Venditti scritta quasi quarant’anni fa diceva: Eh, in questo mondo di ladri c’è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai. Noi, noi stiamo bene tra noi e ci fidiamo di noi in questo mondo di ladri, in questo mondo di eroi…Non siamo molto importanti ma puoi venire con noi”. Che dire se non che aveva pienamente ragione.</p>



<p>Viviamo in un mondo in cui le ruberie, le grandi ruberie, sembrano ormai quasi legalizzate. Nessuno interviene davvero per cambiare uno stato di cose in cui approfittare delle situazioni è diventata, per alcuni, una vera e propria strategia. Ci si ingegna, si studia, ci si arrovella pur di trovare l’occasione giusta per infilare le mani nelle tasche della gente. Ogni evento — positivo o negativo — diventa un’opportunità per accumulare. Sempre di più. Sempre più in fretta. E quando si specula su un terremoto, su uno tsunami, su una catastrofe o su una guerra, allora non si tratta più di profitto: si tratta di bottino. Perché di bottino si parla quando il guadagno nasce dal dolore, dalla paura, dalla morte. Non si guarda in faccia a nessuno. Più la situazione è grave, più qualcuno si prepara a trarne vantaggio. Il rispetto scompare. L’etica evapora. Resta soltanto il calcolo. È di pochi giorni fa la notizia dello scoppio della guerra in Iran, attribuita all’intervento degli Stati Uniti e di Israele, con la motivazione — secondo quanto riportato dai media — di impedire un’espansione del programma nucleare iraniano. Ma al di là delle dinamiche geopolitiche, ciò che qui interessa sono le conseguenze economiche. Le guerre non producono soltanto distruzione: generano instabilità, alimentano speculazioni e innescano aumenti a catena. Greggio e gas sono i primi a risentirne, seguiti dai beni alimentari, dai prodotti di prima necessità, dal costo della vita nel suo complesso. Eppure c’è un dato che colpisce: molte petroliere già cariche risultano ferme per ragioni di sicurezza nelle acque del Golfo o oltre lo stretto di Hormuz. </p>



<p>L’approvvigionamento attuale è legato a contratti stipulati a prezzi precedenti. In teoria, dunque, almeno nell’immediato non dovrebbe esserci alcun aumento. Invece, alle pompe, il prezzo di benzina e gasolio è salito di circa dieci centesimi al litro per il momento. Un rincaro improvviso, che pesa direttamente sulle famiglie e sulle imprese. Ci si chiede allora: come si può definire tutto questo? Opportunismo? Speculazione? </p>



<p>Connivenza? Interessi personali? Forse un insieme di tutto ciò. Il punto non è soltanto economico. È morale. È la sensazione che, di fronte a dinamiche che incidono profondamente sulla vita quotidiana delle persone, il silenzio di chi dovrebbe vigilare e tutelare l’interesse collettivo diventi assordante. Un silenzio che disorienta, che allontana i cittadini dalle istituzioni e alimenta sfiducia. Non si tratta di accusare indistintamente tutti i politici. Esistono persone corrette e oneste, o almeno così si spera. Ma è innegabile che vi sia una parte della classe dirigente che, per interesse o convenienza, chiude gli occhi di fronte a meccanismi che penalizzano i più deboli. Così continuiamo a navigare in un mare agitato, sospinti dalle vele dell’ingiustizia, della protervia e dell’arroganza. E mentre si parla di mercati, equilibri internazionali e strategie energetiche, il peso reale ricade su chi lavora, su chi paga, su chi ogni giorno deve fare i conti con un potere d’acquisto che si assottiglia e che già adesso riscontra le notevoli difficoltà ad arrivare a fine mese, specialmente se a lavorare in famiglia è soltanto una persona. Forse aveva ragione chi cantava che viviamo “in questo mondo di ladri”… Un silenzio assordante che colpisce e smarrisce e ci fa pensare, sempre di più il tempo passa, che in questo mondo non siamo tutti uguali finché, come diceva sempre Venditti nella sua canzone, viviamo in un mondo pieno di ingiustificati debiti, viviamo negli scandali e disprezziamo i politici.</p>



<p>La differenza, oggi, la farà la capacità dei cittadini di non rassegnarsi, di pretendere trasparenza, responsabilità e rispetto dei diritti sanciti dalla nostra Carta Costituzionale.</p>



<p>Perché il vero rischio non è soltanto l’aumento del prezzo del carburante.</p>



<p>È l’assuefazione all’ingiustizia.</p>
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		<title>Il peso del diritto internazionale e delle organizzazioni mondiali per l’equilibrio nei rapporti tra gli stati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Trifilio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:17:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Brunella Trifilio • Il concetto di comunità internazionale, come insieme di Stati e loro associazioni costituite per raggiungere obiettivi politici, economici e sociali condivisi, possiede un contenuto valoriale non sempre percepito nella sua interezza. Eppure, il grande valore del senso di appartenenza alla comunità internazionale e del suo operato tangibile a beneficio dei popoli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Brunella Trifilio • </p>



<p class="has-drop-cap">Il concetto di comunità internazionale, come insieme di Stati e loro associazioni costituite per raggiungere obiettivi politici, economici e sociali condivisi, possiede un contenuto valoriale non sempre percepito nella sua interezza. Eppure, il grande valore del senso di appartenenza alla comunità internazionale e del suo operato tangibile a beneficio dei popoli è concretamente riscontrabile nel sostegno alla pace e alla democrazia che abbiamo voluto costruire insieme, dopo le tante divisioni che hanno preceduto il secondo conflitto mondiale. </p>



<p>Le organizzazioni internazionali, nate dall’esigenza di costruire insieme la pace duratura nella prosperità, hanno accompagnato uno sviluppo inclusivo mai circoscritto ai soli promotori, ma largamente esteso a tutti i cittadini del mondo, anche a quelli delle aree geografiche svantaggiate. Un impegno allo sviluppo allargato ed equilibrato tra popoli, anche molto diversi, progettato sul solido basamento del diritto internazionale, non solo sui grandi valori dell’umanità. Fondamento delle comunità internazionali è proprio il diritto internazionale, con l’insieme delle sue norme consuetudinarie (generali) e convenzionali (particolari) che aiutano i popoli a relazionarsi correttamente tra loro nonostante le differenze politiche, religiose, culturali, etniche. Nel parlare di comunità internazionale parliamo dunque di concretezza, di leggi, di azioni pubbliche per il bene comune, non solo di grandi ideali che ambiscono alla buona vita dei popoli. La Costituzione italiana, (attraverso l’articolo 10, comma 1 e l’articolo 87, comma 2) consente di adeguare il diritto italiano alle regole della comunità internazionale.</p>



<p>Se i destinatari delle norme consuetudinarie sono tutti i membri della società internazionale, quelle convenzionali sono riconducibili a specifici trattati sottoscritti volontariamente dagli Stati. L’esempio più importante di norma consuetudinaria è quella che estende la sovranità degli Stati alle acque territoriali, al sottosuolo e all’atmosfera. Tra le più importanti norme convenzionali rientrano quelle dei trattati che danno vita alle organizzazioni internazionali. Basta soffermarsi sugli obiettivi principali della più importante organizzazione internazionale del nostro tempo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), per comprendere i vantaggi economici e sociali della cooperazione tra gli Stati. L’ONU viene fondata sulle macerie della seconda guerra mondiale, con l’adozione, da parte di 50 Stati del mondo, della Carta delle Nazioni Unite (trattato internazionale, alla base della sua nascita, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945). </p>



<p>L’organizzazione comprende oggi 193 Stati che hanno aderito alle sue condizioni: capacità di adempiere agli obblighi previsti dalla Carta dell’ONU ed essere “amanti della pace”. Già quest’ultimo punto basterebbe a farci riflettere sulla potenza dei suoi propositi, senza avere dubbi circa l’importanza e la necessità del suo ruolo. Ma negli obiettivi dell’ONU c’è molto di più di un semplice intento di pace: le sue competenze, il suo ruolo internazionale di primo piano e le funzioni dei suoi organi.</p>



<p>Tra le competenze, definite dalla Carta in termini generali, basti ricordare il rispetto dei diritti umani; il mantenimento della pace e della sicurezza tra le nazioni; l’amicizia e la collaborazione tra gli Stati membri; l’aiuto ai Paesi più poveri. L’ONU ha un ruolo mondiale di primo piano almeno in tre ambiti: come foro internazionale, nell’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli e nel supporto alla realizzazione di un progresso economico, sociale e culturale che punti a sanare il divario tra i Paesi del Sud e del Nord del mondo. Tra gli organi principali dell’ONU (Assemblea Generale, Consiglio di sicurezza, Segretariato, Consiglio economico e sociale e Corte internazionale di giustizia), alcuni di essi sono chiamati oggi a compiti molto delicati. Al Consiglio di sicurezza spetta l’importante compito di adottare i provvedimenti necessari al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale attraverso semplici raccomandazioni (non vincolanti) o risoluzioni (vincolanti per gli Stati destinatari).</p>



<p>Se uno Stato viola la pace o minaccia di violarla, il Consiglio può agire concretamente con alcuni provvedimenti commisurati alla gravità della violazione: sanzioni economiche, blocco, rottura delle relazioni diplomatiche, impiego delle forze di pace (Caschi blu), azioni militari (misura estrema dopo il fallimento di ogni altro tentativo di pacificazione). Il Consiglio economico e sociale svolge il compito di promuovere la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo e la cooperazione umanitaria e culturale tra i popoli. Le agenzie specializzate, pur non facendo parte dell’ONU, offrono la loro collaborazione nell’affrontare problematiche particolari. Tra queste, l’UNESCO (in ambito “educazione”, “scienza” e “cultura”), la FAO (in ambito “alimentazione” e “agricoltura”) e il WHO (in ambito “sanità”). Temi quali la sicurezza alimentare, la fame nel mondo, il sostegno alla cultura, la protezione del patrimonio artistico, storico e naturale a livello mondiale, la cooperazione tra Stati nelle scienze non possono considerarsi di secondaria importanza per il mantenimento della concordia tra i popoli.</p>



<p>Gli “organi sussidiari”, creati dall’ONU per affrontare le problematiche di alcuni settori di sua competenza, integrano il progetto ambizioso di un’umanità capace di guardare al mondo intero come alla propria casa, a una grande opportunità invece che a una minaccia. L’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) è un organo sussidiario che svolge il delicato compito di protezione e sostegno nella ricerca di un Paese in cui ottenere asilo politico. L’UNICEF, lavora invece per garantire sostegno ai bambini soprattutto nell’istruzione, nella salute e nell’alimentazione. Nell’ambito di una visione internazionale del progresso sostenibile dell’umanità, come non ricordare la Risoluzione 70/1 del 2015 (Trasformare il nostro mondo: L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile) che ha dato vita, a partire dal 2016, a un modello di crescita esemplare capace di coniugare le esigenze economiche con quelle sociali e ambientali. L’impegno, per ogni Paese firmatario, è quello di raggiungere – entro il 2030 &#8211; 17 obiettivi di sviluppo sostenibile:</p>



<p>1 &#8211; sconfiggere la povertà;<br>2 &#8211; sconfiggere la fame;<br>3 &#8211; salute e benessere;<br>4 &#8211; istruzione di qualità;<br>5 &#8211; parità di genere;<br>6 &#8211; acqua pulita e servizi igienico-sanitari;<br>7 &#8211; energia pulita e accessibile;<br>8 &#8211; lavoro dignitoso e crescita economica;<br>9 &#8211; imprese, innovazione e infrastrutture;<br>10 &#8211; ridurre le disuguaglianze;<br>11 &#8211; città e comunità sostenibili;<br>12 &#8211; consumo e produzione responsabili;<br>13 &#8211; lotta contro il cambiamento climatico;<br>14 &#8211; la vita sott’acqua;<br>15 &#8211; la vita sulla terra;<br>16 &#8211; pace, giustizia e istituzioni solide;<br>17 &#8211; partnership per gli obiettivi (collaborazione).</p>



<p>Il “Preambolo” dell’Agenda descrive 5 macro aree, le famose Cinque P (Persone, Pianeta, Prosperità, Pace, Partnership), nelle quali s’inseriscono le azioni da mettere in campo per raggiungere i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Facile capire come non si tratti di semplici ideali (eventualmente non condivisibili), ma di obiettivi concreti raggiungibili con azioni pubbliche dettagliate per un futuro del pianeta irrinunciabile. Difficile capire invece se, ancora una volta, “la storia insegna, ma non ha scolari” (Antonio Gramsci).</p>
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		<title>La gloria e il prezzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:01:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Con febbraio abbiamo archiviato due settimane di intensa ubriacatura olimpico invernale, ricche di soddisfazioni di varia natura. Anzitutto per l’ottima riuscita dell’evento, filato via senza intoppi alla faccia di tutti i gufi e i signor no, sempre pronti a schierarsi contro ogni evento o grande lavoro, soprattutto per ragioni ideologiche. Quelli, [&#8230;]</p>
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<p>di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">Con febbraio abbiamo archiviato due settimane di intensa ubriacatura olimpico invernale, ricche di soddisfazioni di varia natura. Anzitutto per l’ottima riuscita dell’evento, filato via senza intoppi alla faccia di tutti i gufi e i signor no, sempre pronti a schierarsi contro ogni evento o grande lavoro, soprattutto per ragioni ideologiche.</p>



<p>Quelli, tanto per intenderci, che sono sempre e pregiudizialmente contro e mettono (o hanno messo) bastoni fra le ruote all’idea di organizzare le olimpiadi estive a Roma o, che so, al Mose di Venezia, o alla linea TAV tra Italia e Francia.</p>



<p>Bene, sta di fatto che per le Olimpiadi di Milano e Cortina anche a fronte di iniziali palesi perplessità e scetticismi da parte di certa stampa internazionale, pronta a cogliere ogni refolo polemico, la manifestazione si è conclusa con importanti riconoscimenti all’Italia per qualità dell’organizzazione a tutti i livelli, sportivo e logistico, con addirittura una standing ovation tributata al comitato organizzatore e al CONI da parte della riunione plenaria del CIO nella riunione conclusiva dell’evento.</p>



<p>Leggo poi che anche dal punto di vista economico le entrate hanno ben superato le spese e gli investimenti e anche nel comparto di ricezione turistica gli introiti sono stati più che soddisfacenti, con un tasso di occupazione di camere e alloggi spesso superiore al 90%.</p>



<p>Anche dal punto di vista sportivo per i nostri colori è stato un discreto successo. Non dico eccezionale, come strombazzato a media unificati, perché se è vero che abbiamo ottenuto il record di medaglie vinte (30) rispetto a tutte le edizioni precedenti, occorre precisare che il vecchio record di 20 medaglie, ottenuto a Lillehammer nel 1994, fu conseguito a fronte di un totale di 61 discipline premiate, contro le 114 di quest’ultima edizione. Fate due calcoli e vedrete che in percentuale Lillehammer fu più prolifica.</p>



<p>Sicuramente non per gli atleti andati a medaglia, parlo di quelli italiani. Il CONI, come sempre, è stato di manica larga decidendo di attribuire sostanziosi premi in denaro ai vincitori (mi auguro finanziati in gran parte da sponsor e non solo dallo Stato). Ho scritto “come sempre” perché nelle ultime edizioni olimpiche, estive e invernali, ci siamo distinti tra i vari comitati olimpici come quello tra i più generosi nel premiare i propri atleti, se non il più generoso.</p>



<p>Basti pensare che ad ogni medaglia d’oro sono andati ben 180mila euro, 90mila a ogni argento e 60mila ad ogni bronzo, premi esentasse (come da ultima legge di bilancio), cumulabili in caso di vittorie multiple e non divisibili per vittorie di squadra (cioè stessa cifra ad ogni componente). Viene da pensare che, per fortuna del bilancio CONI, non hanno vinto medaglie le squadre di hockey, altrimenti gli importi si sarebbero moltiplicati per 15 o più…</p>



<p>Beh, non voglio passare per moralista a gettone, anche perché questi premi spesso sono andati ad atleti di discipline “povere” (pensate allo slittino, o al curling) che si sognano i guadagni astronomici di altri sport professionistici (e non parlo solo di calcio).</p>



<p>A far da contraltare a tanta generosità però mi ha dato da pensare il fatto che in nazioni dove gli sport invernali hanno un seguito ben più ampio del nostro (i Paesi scandinavi ad esempio), i gettoni premio o erano addirittura assenti (Norvegia e Svezia), o un decimo dei nostri (Danimarca e Finlandia). Gli stessi USA si sono mantenuti a circa un terzo dei nostri gettoni.</p>



<p>Mi viene in mente il “povero” Johannes Klaebo, fenomenale fondista norvegese vincitore di 6 ori su 6 competizioni affrontate) che da noi avrebbe preso la bellezza di 1 milione e 80mila euro, invece dovrà accontentarsi di arrotondare con le sponsorizzazioni a casa sua e la gloria perenne ottenuta grazie a una carriera straordinaria (11 ori in due olimpiadi e un tot di titoli mondiali). Insomma, la gloria ha un prezzo ma non per tutti è lo stesso…</p>



<p>Mentre scrivo sono in corso i giochi paralimpici che, ovviamente, hanno meno impatto pur meritando attenzione e rispetto per tutti gli atleti impegnati (e premi, ridotti ma ci sono anche lì). C’è da sottolineare che purtroppo il rispetto, intendo la tregua olimpica bene o male ottemperata nelle precedenti settimane, non ha impedito l’esplosione di un nuovo fronte in medio oriente, o meglio, la riesplosione.<br>Dopo un Sanremo sonnacchioso e dimenticabile, soprattutto dal punto di vista musicale, siamo tornati subito a veder sparare (molto) e sperare (poco). La vita va avanti, speriamo pure poco, ma bene.</p>
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		<title>“I traguardi del piano sono merito di colleghe e colleghi. Il dialogo sindacale è pilastro della transizione digitale”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Emilio Contrasto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intesa Sanpaolo, Emilio Contrasto: «Il nuovo Piano industriale di Intesa Sanpaolo, relativo al quadriennio 2026-2029, si configura come un progetto di ampio respiro, volto a guidare con pragmatismo l’evoluzione strutturale e tecnologica del Gruppo. Gli importanti traguardi raggiunti confermano la stabilità della Banca e sono il risultato tangibile dell’impegno collettivo del Personale, la cui professionalità [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Intesa Sanpaolo, Emilio Contrasto:</h2>



<p class="has-drop-cap">«Il nuovo Piano industriale di Intesa Sanpaolo, relativo al quadriennio 2026-2029, si configura come un progetto di ampio respiro, volto a guidare con pragmatismo l’evoluzione strutturale e tecnologica del Gruppo. Gli importanti traguardi raggiunti confermano la stabilità della Banca e sono il risultato tangibile dell’impegno collettivo del Personale, la cui professionalità resta il motore indispensabile per concretizzare le ambizioni del nuovo Piano».</p>



<p>Così il Segretario Generale di UNISIN/CONFSAL, Emilio Contrasto, commenta la strategia industriale presentata da Intesa Sanpaolo per il prossimo quadriennio. «Data la sua posizione di principale realtà occupazionale privata in Italia, il Gruppo è chiamato a esercitare un’etica sociale esemplare, assicurando che il processo di digitalizzazione in corso potenzi l’apporto umano delle Lavoratrici e dei Lavoratori anziché marginalizzarlo, favorendo il reintegro interno delle attività ed evitando ulteriori frammentazioni societarie».<br>Nell’attuale situazione, aggiunge Contrasto, «il dialogo con le Rappresentanze dei lavoratori diventa un pilastro imprescindibile per gestire la transizione»: «È essenziale che ogni risoluzione del rapporto lavorativo resti legata alla libera scelta individuale, attraverso scivoli pensionistici concordati, e che parallelamente si prosegua con un piano di inserimenti stabili che garantisca un futuro ai giovani di tutto il Paese e linfa vitale all’azienda».</p>



<p>Conclude il Segretario Generale UNISIN/CONFSAL: «Investire sulla crescita economica e professionale dei dipendenti significa riaffermare un principio di equità tra profitti e tutele, consolidando il ruolo della banca quale modello di riferimento e anche di avanguardia per l’intero sistema economico e finanziario nazionale».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.alpluraleonline.it/2026/02/26/i-traguardi-del-piano-sono-merito-di-colleghe-e-colleghi-il-dialogo-sindacale-e-pilastro-della-transizione-digitale/">“I traguardi del piano sono merito di colleghe e colleghi. Il dialogo sindacale è pilastro della transizione digitale”</a> proviene da <a href="https://www.alpluraleonline.it">www.alpluraleonline.it</a>.</p>
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		<title>Sicurezza sul lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nino Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:33:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Un’emergenza che riguarda tutti) di Nino Lentini • La sicurezza sul lavoro non è più un tema di nicchia, ma riguarda ogni ambiente professionale, dall’impiegato che lavora al computer all’operaio che solleva pesi in un cantiere. La sicurezza sul lavoro continua a essere una delle grandi sfide del mondo occupazionale italiano e non solo, e [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">(Un’emergenza che riguarda tutti)</h2>



<p>di Nino Lentini • </p>



<p class="has-drop-cap">La sicurezza sul lavoro non è più un tema di nicchia, ma riguarda ogni ambiente professionale, dall’impiegato che lavora al computer all’operaio che solleva pesi in un cantiere. La sicurezza sul lavoro continua a essere una delle grandi sfide del mondo occupazionale italiano e non solo, e non riguarda esclusivamente chi lavora nei cantieri o nelle fabbriche, ma anche uffici, scuole e ospedali, ambienti apparentemente sicuri che in realtà non lo sono affatto. I numeri lo confermano: ogni anno in Italia si registrano centinaia di migliaia di infortuni sul lavoro e migliaia di casi mortali. Secondo i dati INAIL 2024 si contano circa 590 mila denunce di infortunio e oltre 1.200 decessi. </p>



<p>Un bilancio così nefasto merita una profonda riflessione. Un altro dato che colpisce riguarda le malattie professionali, con circa 88 mila nuove denunce nel 2024, il livello più alto degli ultimi cinquant’anni e in crescita del 20% rispetto all’anno precedente. Questo aumento riflette una maggiore attenzione verso patologie come i disturbi osteo-muscolari, i problemi del sistema nervoso e altre condizioni croniche legate all’attività lavorativa. </p>



<p>L’ufficio viene spesso escluso dal dibattito sulla sicurezza, ma rappresenta invece una fonte di problemi crescenti per la salute. Posture scorrette, uso prolungato del computer, sedute non adeguate ed elevati carichi e ritmi di lavoro sono tra le principali cause di disturbi cronici. Le patologie più denunciate oggi sono infatti quelle muscolo-scheletriche, i disturbi visivi e lo stress da lavoro correlato. Non si tratta quindi di incidenti improvvisi, ma di danni progressivi che incidono sulla qualità della vita e sulla produttività.</p>



<p>Nei settori ad alto rischio, come l’edilizia, il manifatturiero e i trasporti, il pericolo è più evidente e spesso più grave. L’industria manifatturiera continua a essere tra i comparti con il maggior numero di infortuni denunciati, mentre l’edilizia resta uno dei settori più colpiti dagli incidenti mortali. In questi ambiti la prevenzione passa dall’uso corretto dei dispositivi di protezione individuale, dalla formazione continua e dal rigoroso rispetto delle procedure di sicurezza. Come detto in precedenza, il fenomeno non è solo italiano. </p>



<p>In Europa si registrano ogni anno circa 3 milioni di infortuni non mortali e oltre 3.000 decessi sul lavoro, a dimostrazione del fatto che la sicurezza resta una priorità irrisolta anche nei Paesi più avanzati. Dietro ogni statistica ci sono persone, famiglie e comunità. Anche se l’incidenza dei decessi sul lavoro in Italia è lentamente diminuita negli anni grazie alle politiche di prevenzione e controllo, i dati assoluti restano molto significativi e dimostrano che ogni giorno lavorativo può comportare rischi reali che devono essere affrontati con strumenti concreti.</p>



<p>In Italia il quadro normativo è solido e fa riferimento al Decreto Legislativo 81/2008. Tuttavia, i dati dimostrano che le leggi da sole non bastano. Serve una vera cultura della prevenzione, basata su formazione, responsabilità e attenzione quotidiana. Il datore di lavoro deve garantire ambienti sicuri, ma anche i lavoratori sono chiamati a fare la propria parte, applicando con attenzione le regole di sicurezza. La sicurezza sul lavoro non deve essere considerata un costo, ma un investimento. Dall’ufficio al cantiere, lavorare in ambienti sicuri significa salvare vite umane, ridurre i costi sociali e costruire un futuro lavorativo più sostenibile. Perché tornare a casa sani e salvi non dovrebbe essere una notizia, ma la normalità.</p>



<p>Bisogna lottare tutti insieme, facendo il massimo sforzo, ognuno per la propria parte e competenza — aziende, lavoratori e sindacati — affinché tutti i luoghi di lavoro siano tranquilli e sicuri. Solo così nei notiziari non si dovranno più sentire annunci di tragedie avvenute nei posti di lavoro, ma soltanto notizie positive sui traguardi raggiunti.</p>
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		<title>La sostenibilità ambientale e la Green Economy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nino Santacroce]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:20:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Nino Santacroce • A partire dagli anni settanta l’umanità ha iniziato a prendere maggiore coscienza dei gravi problemi ambientali causati dallo sviluppo industriale incontrollato. L’inquinamento dell’aria e delle acque, il cambiamento climatico, la deforestazione e lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali hanno mostrato che il modello economico tradizionale non era più sostenibile nel lungo [&#8230;]</p>
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<p>di Nino Santacroce • </p>



<p class="has-drop-cap">A partire dagli anni settanta l’umanità ha iniziato a prendere maggiore coscienza dei gravi problemi ambientali causati dallo sviluppo industriale incontrollato. L’inquinamento dell’aria e delle acque, il cambiamento climatico, la deforestazione e lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali hanno mostrato che il modello economico tradizionale non era più sostenibile nel lungo periodo. Da questa consapevolezza è nato un ampio dibattito sul futuro del pianeta e sulla necessità di trovare soluzioni che permettessero di coniugare sviluppo economico e tutela dell’ambiente.</p>



<p>In questo contesto si inserisce la green economy, un modello economico che mira a ridurre l’impatto ambientale delle attività umane, promuovendo uno sviluppo sostenibile. La green economy si basa sull’uso responsabile delle risorse naturali, sulla riduzione delle emissioni di gas serra e sull’impiego di energie rinnovabili, come il sole, il vento e l’acqua. Inoltre, incoraggia il riciclo dei materiali, la diminuzione degli sprechi e l’adozione di tecnologie più pulite ed efficienti.</p>



<p>Negli ultimi anni, molti governi hanno adottato nuove politiche per favorire la transizione ecologica, cioè il passaggio da un’economia basata sui combustibili fossili a un’economia più rispettosa dell’ambiente. Tra queste politiche troviamo gli incentivi per l’installazione di pannelli solari, lo sviluppo della mobilità elettrica, la riduzione dell’uso della plastica e il sostegno alle imprese che investono in soluzioni sostenibili. Anche l’Unione Europea ha lanciato importanti programmi per raggiungere la neutralità climatica e proteggere gli ecosistemi naturali: Il Green Deal Europeo. </p>



<p>Una strategia ambiziosa per stabilizzare il clima raggiungendo un equilibrio tra le emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane e la loro rimozione dall›atmosfera, azzerandone le emissioni anche tramite la riforestazione o l’uso di tecnologie di cattura del carbonio.</p>



<p>Tuttavia, la sostenibilità ambientale non dipende solo dalle decisioni dei governi, ma anche dai comportamenti dei singoli cittadini. Piccoli gesti quotidiani, come fare la raccolta differenziata, risparmiare energia e acqua o scegliere mezzi di trasporto meno inquinanti, possono contribuire in modo significativo alla tutela dell’ambiente.</p>



<p>In conclusione, la green economy rappresenta una grande opportunità per costruire un futuro migliore, in cui lo sviluppo economico sia compatibile con la salvaguardia del pianeta. Solo attraverso l’impegno comune e una maggiore responsabilità ambientale sarà possibile garantire alle future generazioni un mondo più sano e vivibile.</p>
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		<title>Generazioni</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/02/26/generazioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:16:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Di solito la domenica mattina, se non sono impegnato altrove, vado in centro a fare 4 passi per bere un caffè e comprare un giornale (o due). Che poi è lo stesso a cui sono abbonato online, ma non voglio privarmi del piacere di toccare la carta, annusarla, sfogliarla, almeno una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">Di solito la domenica mattina, se non sono impegnato altrove, vado in centro a fare 4 passi per bere un caffè e comprare un giornale (o due). Che poi è lo stesso a cui sono abbonato online, ma non voglio privarmi del piacere di toccare la carta, annusarla, sfogliarla, almeno una volta a settimana. Senza dimenticare che un po’ di scorta cartacea in casa non fa mai male per scopi diversi, che so, imballaggio, copertura mobili, piccoli lavoretti…</p>



<p>Punto primo: in questi ultimi anni sta diventando sempre più difficile trovare edicole, pare che nell’ultimo decennio a livello nazionale siano diminuite da oltre 16.000 a poco più di 13.000 e la tendenza è in peggioramento. Riflette, in fin dei conti, la drastica riduzione di vendite di quotidiani e riviste. Solo i quotidiani sempre nell’ultimo decennio, pare siano scesi da 2,6 milioni di copie a 1,3 milioni, giusto la metà e, anche qui, con previsioni tutt’altro che rosee per il futuro.</p>



<p>Punto secondo: come già scrivevo pochi mesi fa, farebbero bene gli editori e i giornalisti a recitare un bel mea culpa per questa crescente disaffezione dei lettori, sempre meno propensi a farsi buggerare da “narrazioni” che spesso poco hanno a che fare con un’onesta presentazione dei fatti ma, al contrario, mirano sempre ad avvalorare tesi precostituite in base all’orientamento politico delle testate in cui vengono pubblicati.</p>



<p>Una volta ci si vantava, almeno i migliori, di tenere i fatti divisi dalle opinioni (c’era la cronaca e c’erano i commenti), sempre più spesso invece la scelta delle notizie e il loro “confezionamento” editoriale tradisce la volontà di instillare nel lettore un giudizio già bello e pronto, quindi un pregiudizio.</p>



<p>Editori puri ne sono rimasti pochissimi, la maggior parte è legata a lobbies di potere finanziario o industriale che usano l’informazione per i loro scopi in modo più o meno trasparente, senza dimenticare la necessità di garantirsi una sostanziosa raccolta pubblicitaria in mancanza della quale le sole vendite non basterebbero a garantire un equilibrio di bilancio.</p>



<p>L’esempio più eclatante è recentissimo, con la dismissione degli asset editoriali di Gedi da parte degli eredi Agnelli. Per qualche anno la proprietà di due (ex) corazzate dell’informazione come Repubblica e La Stampa ha garantito la copertura mediatica (e sindacale) a tutta una serie di operazioni di smantellamento delle attività industriali italiane dell’ex galassia Fiat, ora a danno compiuto, con buona pace dei pensosi e sconcertati editorialisti, adagiati in amache o poltroncine da scrivania, la copertura mediatica non serve più e il giocattolo può essere rotto (venduto) senza troppi danni.</p>



<p>Tornando alle mie domeniche, noto che il giornale non spunta più dalle tasche dei cappotti di quasi nessuno, mentre solo pochi anni fa era merce ancora diffusa e non era raro trovare capannelli di persone che commentavano questa o quella notizia leggendo un articolo.</p>



<p>Certo c’è un evidente gap generazionale: quelli come me, definiti dai sociologi “baby boomers” (ora si dice solo “boomers” e quasi sempre in senso ironico se non dispregiativo, ché “baby” non lo siamo più da un pezzo), intendo i nati all’epoca del boom economico tra gli anni ‘50 e ‘65 del secolo scorso, per ragioni anagrafiche stanno diventando minoranza e pesano sempre meno nelle scelte di mercato di chi deve a tutti costi pensare a far crescere il fatturato, quando addirittura non pesano di più sui costi sociali di welfare per pensioni e assistenza medica e, di conseguenza, cominciano ad essere mal sopportati.</p>



<p>La generazione successiva, battezzata Gen X (1965-1980) è stata una generazione di passaggio in attesa della rivoluzione informatica che ha investito i Millennials (1981-1996), per non parlare della successiva generazione, la famosa Gen Z (1997-2012) cioè i nati e cresciuti a inizio nuovo millennio, ragazzi e ragazze investiti in pieno e in tenera età dalla rivoluzione digitale internettiana e “condannati” ad una vita iperconnessa.</p>



<p>Con effetti ancora più evidenti sull’ultimissima Gen Alpha (nati dal 2013 ad oggi) che si avvia ad essere quella dell’intelligenza artificiale, in aggiunta a tutte le spinte tecnologiche e informatiche degli anni precedenti.<br>Insomma, che volete gliene freghi ai nati degli ultimi 25/30 anni di leggere lenzuolate pensose di pseudo intellettuali engagé, articolesse di più pagine scritte in piccolo e su carta, quando l’abitudine ormai diffusa è diventata il like o il dislike a commenti di poche righe arraffati da questo o quel social, la risata crassa e inutile per la clip di Tiktok, la foto con battuta di Instagram, ecc.?</p>



<p>La realtà è che ormai c’è una diffusissima disabitudine a leggere e approfondire alcunché, men che meno saggistica o narrativa di un certo impegno, credo che i lettori di libri siano ormai da considerare alla stregua di piccole riserve indiane, coltivatori di idee che potrebbero essere paragonati ai coltivatori e consumatori di cannabis, ognuno con le rispettive necessità di evasione.</p>



<p>Non mi avventuro di sicuro in giudizi di merito, né in considerazioni quali “eh, una volta sì che si stava bene…” che lasciano il tempo che trovano. Mi limito sommessamente a dire che sono felice di aver potuto sperimentare le diverse esperienze conoscitive caratteristiche di ciascuna delle generazioni di cui ho detto e mi tengo il mio parere.</p>



<p>Dopo di che andrò a finire il libro (cartaceo) che sto leggendo.</p>
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		<title>L’armonia sociale non è un dato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Trifilio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:11:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La concordia si costruisce nel tempo, tra memoria del passato e conoscenza del presente, con costanza e dedizione istituzionale di Brunella Trifilio • Le guerre, i conflitti etnici, i dissidi interpersonali fanno parte della storia dei popoli che ignorano o dimenticano il valore della concordia. Ignorare o dimenticare tale valore non è poi così difficile [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La concordia si costruisce nel tempo, tra memoria del passato e conoscenza del presente, con costanza e dedizione istituzionale</p>
</blockquote>



<p>di Brunella Trifilio • </p>



<p class="has-drop-cap">Le guerre, i conflitti etnici, i dissidi interpersonali fanno parte della storia dei popoli che ignorano o dimenticano il valore della concordia. Ignorare o dimenticare tale valore non è poi così difficile quando, tra le priorità dei popoli, il sostegno alla cultura e la difesa della memoria passano in secondo piano. Immanuel Kant sosteneva che “lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni accanto agli altri, non è certo uno stato di natura (status naturalis), il quale è invece uno stato di guerra, nel senso che, sebbene non vi siano ostilità continuamente aperte, ve n’è tuttavia sempre la minaccia.”</p>



<p>Se è vero che il pericolo dello scontro (in ogni ambito, tempo e latitudine) è sempre in agguato, la dedizione istituzionale alla costruzione della concordia (in ogni ambito, tempo e latitudine) è più che scontata, se ciò per cui si governa non è altro che il bene del popolo. Le atrocità del secondo conflitto mondiale avevano insegnato ai popoli l’importanza della memoria (per non replicare gli errori già commessi), come dell’educazione all’agire civile per costruire solide democrazie. Una lezione della storia che ha tracciato, dentro e fuori i confini degli Stati, un percorso di grande impegno istituzionale verso la memoria, la cultura (come pilastro della consapevolezza) e la cittadinanza globale. Un impegno istituzionale ripagato con lunghi periodi di pace e prosperità economica lì dove (come in Europa) tanti valori condivisi hanno unito popoli diversi un tempo nemici.</p>



<p>Se è vero che la consapevolezza del passato, del presente e dei grandi valori dell’umanità (solidarietà, inclusione, libertà d’espressione…) ha favorito la costruzione dell’armonia sociale in vaste aree del mondo, la conflittualità di tante altre si spiegherebbe con una certa défaillance della memoria e della cognizione del proprio presente. E proprio sul fronte della conoscenza si apre un’altra questione importante. Il decadimento culturale di un popolo, in un contesto economico poco appagante, rappresenta infatti un problema in più. Il tentativo maldestro d’analizzare i problemi sociali (povertà, disoccupazione, difficile accesso alle cure mediche o al welfare pubblico…), senza possedere gli strumenti culturali che ne permettano una corretta interpretazione, può condurre il popolo decisamente fuori strada. Così, ad esempio, per effetto di un ragionamento errato, una data condizione di disagio economico e sociale può suscitare diffidenza nei confronti di chiunque si ritenga, senza valide ragioni, responsabile della situazione. Una diffidenza ingiustificata dal volto sempre nuovo. Diffidenza verso l’immigrato che si crede responsabile di una disoccupazione interna della quale invece si ignorano le reali cause. Diffidenza verso il personale sanitario (per lo stress legato alle lunghe liste d’attesa nelle strutture ospedaliere), quando non si è capaci di soffermarsi invece sulle reali problematiche della sanità pubblica.</p>



<p>Diffidenza verso uno Stato più o meno confinante, quando ci si convince che una situazione di crisi interna sia da ricercare oltre i propri confini nazionali, invece che negli eventuali errori della politica economica e sociale del proprio Paese. Dalla diffidenza alla discordia poi, il passo è breve. Come se non fossero già troppi i conflitti del mondo, la battaglia ideologica locale a questi nemici immaginari, “figli” di un’errata interpretazione del proprio presente, accentua quella disarmonia latente che gravita attorno alle persone, alle comunità, ai Paesi quando hanno già perso la memoria del loro passato più buio. Fatte queste premesse, si comprende come le alternative del popolo siano almeno due, con le relative conseguenze.</p>



<p>Scegliendo l’alternativa della povertà culturale e della chiusura, si corre il rischio di affidarsi poco alla ragione e molto all’istinto (la cosiddetta legge della giungla) e dunque a una conflittualità sociale via via crescente all’aumentare delle problematiche irrisolte e della globalizzazione. Scegliendo la strada della consapevolezza e della condivisione dei più alti valori della vita (solidarietà, rispetto, inclusione…), si costruiscono comunità civili guidate dalla ragione e rispettose delle leggi scritte nelle democrazie. In queste comunità democratiche, l’educazione al rispetto di ogni persona, a prescindere dalle differenze (etniche, religiose, sociali, economiche…) accompagna l’intera vita dei cittadini, nella convinzione comune che nessun tipo di predominio possa supportare la serenità individuale. La complessità di questo secondo percorso è più che scontata, ma necessaria.</p>



<p>Se si crede nel potere trasformativo dell’educazione dei popoli per la costruzione della concordia, bisogna pensarci dunque per tempo e in una dimensione geograficamente allargata; perché diventare buoni cittadini di un mondo sempre più interconnesso è un processo lungo, articolato, accidentato. Quando diventano necessarie la coercizione e la guerra per ristabilire l’ordine sociale, l’uomo ha nuovamente fallito la sua esistenza e i governanti la loro prova essenziale, quella di assicurare la buona vita dei popoli per mezzo di quella serenità duratura che sostiene le democrazie.</p>
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		<title>Aumenti contrattuali</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/02/26/aumenti-contrattuali-dal-1-marzo-2026/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazionale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:02:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>dal 1 marzo 2026 (Accordo di rinnovo del 23/11/2023)</p>
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<h2 class="wp-block-heading">dal 1 marzo 2026 (Accordo di rinnovo del 23/11/2023)</h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2026/02/tab.1-819x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2240" srcset="https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2026/02/tab.1-819x1024.jpg 819w, https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2026/02/tab.1-240x300.jpg 240w, https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2026/02/tab.1-768x960.jpg 768w, https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2026/02/tab.1.jpg 960w" sizes="(max-width: 819px) 100vw, 819px" /><figcaption class="wp-element-caption">Al Plurale 2-2026 &#8211; contratti</figcaption></figure>
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		<title>Contraddizioni</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/01/23/contraddizioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 14:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Che la vita ne sia piena, di contraddizioni, è un dato di fatto, a partire dall’auspicio che si ripete ad ogni capodanno “anno nuovo, vita nuova” per poi accorgersi che in fondo nulla cambia, restano solo i buoni propositi che spesso durano solo lo spazio di una brinata mattutina. La cronaca [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.alpluraleonline.it/2026/01/23/contraddizioni/">Contraddizioni</a> proviene da <a href="https://www.alpluraleonline.it">www.alpluraleonline.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">Che la vita ne sia piena, di contraddizioni, è un dato di fatto, a partire dall’auspicio che si ripete ad ogni capodanno “anno nuovo, vita nuova” per poi accorgersi che in fondo nulla cambia, restano solo i buoni propositi che spesso durano solo lo spazio di una brinata mattutina.</p>



<p>La cronaca di questi primi caotici giorni dell’anno ce ne ha dato numerose e a volte eclatanti prove in diverse situazioni. Che dire, ad esempio, della levata di scudi contro le mire statunitensi sulla Groenlandia? Si può essere d’accordo o meno sui toni, modalità e contenuti delle pretese trumpiane, ma fa sorridere vedere leader di varie nazioni appellarsi al sempre più fantomatico “diritto internazionale” per difendere che cosa? Un possesso coloniale, che dura ormai da 3 secoli, da parte di una piccola nazione su una popolazione di poco più di 50 mila anime sperdute tra i ghiacci di quella che mille anni fa venne battezzata “terra verde” (a tal proposito, chi dice che il riscaldamento globale sia questione dei giorni nostri e colpa dell’umana attività dovrebbe farci una piccola riflessione…). Insomma, per anni ci hanno riempito la testa di sensi di colpa perché noi, occidentali, europei, civilizzati, abbiamo bellamente sfruttato paesi arretrati, il colonialismo è costantemente additato come una delle peggiori nefandezze umane e ora che succede? Facciamo retromarcia e difendiamo lo status quo perché il ciuffo biondo amerikano ha delle pretese? Boh.</p>



<p>La voce contraria che più mi ha stupito e divertito è stata quella del presidente francese, sempre pronto e “volenteroso” (potevano lui e Starmer inventarsi un termine meno ridicolo), che sembra abbia affermato tutto il suo sdegno per questa forma di neo colonialismo. Detto da lui??? Cioè dal presidente di quella nazione che detiene il record di fusi orari al mondo grazie ai possedimenti d’oltremare, o che impone ancor oggi una rigida forma di colonialismo economico a molti paesi africani costringendoli all’utilizzo del franco coloniale (cambio fisso parità con l’euro) quale moneta ufficiale.</p>



<p>Seguo con apprensione l’evolversi dei fatti in Iran. Il regime teocratico, in piena crisi economica e politica, sta reagendo con grande violenza alle proteste popolari che sconvolgono tutte le principali città, si parla di migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. Seguo con altrettanto stupore la completa mancanza di solidarietà verso quella popolazione da parte dei nostrani professionisti della protesta, sempre pronti a incendiare le piazze, sfasciare vetrine e mandare forze dell’ordine all’ospedale per ogni causa “giusta”. Non ho visto una scuola, un’aula universitaria “okkupata” per protesta/solidarietà. Non ho visto una femminista, che sia una, lamentarsi per la negazione di ogni diritto alle donne iraniane, incarcerate e a volte uccise solo per aver messo il velo in modo sbagliato. Quel velo che una nota politica italiana, in visita alcuni anni fa a Teheran in veste di commissario europeo, sfoggiava compiaciuta.</p>



<p>Non ho sentito una sillaba profferita dell’ex eco fanatica svedese, riciclatasi ora pro-pal. Intendiamoci, giusto denunciare gli eccessi sanguinosi compiuti da Israele sul popolo di Gaza (spesso ostaggio di Hamas), ma secondo recenti studi esistono al mondo in questo momento 52 conflitti armati, con ammazzamenti e stragi di civili, non solo truppe militari. La domanda è, perché ci si mobilita all’infinito solo per uno di questi? Perché, ad esempio, non si parla anche, se non in “brevi di cronaca” dei quotidiani rapimenti, stupri, ammazzamenti perpetrati ai danni delle popolazioni cristiane in Africa?</p>



<p>Qualche domanda me la faccio a volte anche sul comportamento del fu più grande sindacato italiano. Ho scritto “fu” perché se è vero che l’ultimo sciopero generale proclamato ha avuto adesioni inferiori al 10%, beh, qualche domanda me la farei, così come mi chiederei che senso ha inseguire a colpi di massimalismi politici le posizioni delle USB rompendo l’unità con le altre sigle storiche, ma vabbè, ognuno ha la sua fede politica.<br>Suona però stonato il fatto che non sia stato fatto nemmeno uno sciopero in questi anni per combattere lo smantellamento del fu (anche qui “fu”…) più grande gruppo industriale automobilistico (e dell’indotto) italiano, mentre ogni motivazione di natura politica risulti buona per mobilitare le piazze. Ultimo caso eclatante l’appoggio al regime di Maduro con la tragicomica affermazione che mentre noi in Italia viviamo (neanche il condizionale è stato usato) in un regime autoritario, il caudillo venezuelano era stato democraticamente eletto! (ovviamente senza la doverosa precisazione che i brogli furono così evidenti che pochissimi paesi hanno riconosciuto il regime, tanto che la principale oppositrice si è vista assegnare il Nobel per la pace).<br>Non sono un esperto di geopolitica, anzi, non lo sono di nulla, mi limito a farmi domande che spesso non trovano risposte nemmeno con la buona volontà di documentarsi, tante sono le opinioni in materia, quasi sempre condizionate dalla visione politica di chi le espone.</p>



<p>Mi limito a rilevare che, per tanti, troppi argomenti, parafrasando Mogol e Battisti, si potrebbe canticchiare “tu chiamale, se vuoi, contraddizioni…”.</p>
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