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	<description>Periodico Mensile Al Plurale &#124; UNISIN</description>
	<lastBuildDate>Wed, 29 Jul 2026 07:57:06 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Le tante sfumature della nuova povertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Trifilio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 07:57:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Brunella Trifilio • Povertà e solitudine nell’invecchiamento – Povertà e difficile accesso alle cure – Povertà e difficoltà familiari – Povertà e precarietà abitativa &#8211; Caritas sempre più in prima linea, ma non può bastare. Le condizioni di vita di una parte della popolazione italiana continuano a destare non poche preoccupazioni. Basta leggere il [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>di Brunella Trifilio</strong> • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Povertà e solitudine nell’invecchiamento – Povertà e difficile accesso alle cure – Povertà e difficoltà familiari – Povertà e precarietà abitativa &#8211; Caritas sempre più in prima linea, ma non può bastare. Le condizioni di vita di una parte della popolazione italiana continuano a destare non poche preoccupazioni. Basta leggere il Report statistico nazionale 2026 di Caritas italiana, documento che analizza il fenomeno della povertà in Italia, per comprendere meglio i tanti segnali di un allarme sociale che non si arresta. Qualunque rilevanza numerica abbia, il problema della povertà sollecita interventi pubblici immediati, mirati e strutturali. Se la povertà è inaccettabile per definizione, dunque a prescindere dal numero dei poveri, le cifre dei disagi sociali aiutano però a individuare meglio le soluzioni pubbliche ottimali da pianificare per eliminane le cause alla radice, evitando o riducendo quelle una tantum. Se c’è anche un solo cittadino che soffre per le sue precarie condizioni di vita, si ha il dovere di supportarlo, a prescindere dalle più o meno consistenti capacità economiche pubbliche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per un Paese come l’Italia, tra i più economicamente importanti a livello mondiale, il dovere di aiutare i più fragili è sicuramente scontato e il problema della povertà di non difficile soluzione. Eppure una fascia numericamente significativa della popolazione italiana è sempre più in difficoltà. Il report della Caritas &#8211; a partire dai dati raccolti nel 2025 dalla rete dei centri di ascolto, dei servizi e delle opere presenti sul territorio preso in esame &#8211; si sofferma sulle fragilità sociali che attraversano l’intero Paese. Ciò che appare evidente è che, molto più spesso, non basta avere un lavoro per sentirsi al sicuro. Le preoccupazioni legate alle precarie condizioni di vita di tante persone sono destinate a rafforzarsi nella connessione (sempre più stretta) tra povertà economica, invecchiamento, fragilità sanitaria, indebolimento delle reti familiari, precarietà abitativa e isolamento sociale. Un intreccio sempre più marcato tra povertà e problematiche sociali irrisolte genera una crescente richiesta d’aiuto alle strutture esterne alla famiglia da parte di tutte quelle persone che &#8211; da sole o insieme ai propri familiari &#8211; non possono più farcela. Quando la povertà, da fenomeno eccezionale rischia di diventare una preoccupante “strutturale normalità”, tante altre possibili disfunzioni sociali irrisolte rischiano d’impattare in modo ancora più forte sulle persone economicamente svantaggiate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema “salute” è sicuramente uno degli ambiti particolarmente critici se lo si analizza in rapporto alla povertà e alle disuguaglianze sociali. E quando le disuguaglianze reddituali e territoriali incidono sulle possibilità di curarsi, il problema della povertà diventa ancora più impattante. Quando ci si accorge che le persone socialmente più fragili vanno maggiormente incontro a patologie croniche, peggiori condizioni di salute e anche a una minore aspettativa di vita non si può più “rimanere alla finestra”. L’ “inequità di salute” non è la sola preoccupazione di tanti cittadini italiani, perché anche invecchiare non è poi così facile. In soli 10 anni, il numero delle persone con più di 65 anni d’età incontrate dalla rete Caritas è aumentato del 191%, a fronte di un incremento dell’utenza del 48%. Accanto all’invecchiamento, si registra una crescita delle situazioni di solitudine con un’incidenza che passa dal 23,8% (nel 2015) al 32,9%. Poi c’è un’altra anomalia che persiste: le famiglie con figli minori rappresentano ancora la parte preponderante delle richieste d’aiuto rivolte alla Caritas (il 52% delle persone seguite hanno figli non ancora maggiorenni).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altro tema particolarmente delicato è quello abitativo; non solo nella sua forma più evidente (mancanza di una casa), ma anche in relazione alle difficoltà connesse alle spese dell’abitazione (utenze, affitti, spese ordinarie…) oppure alla sua strutturale inadeguatezza o precarietà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque i problemi che il Paese deve affrontare sono davvero tanti. Se poi si analizzano i dati di questo Quarto Report Statistico Nazionale 2026 della Caritas italiana, in connessione a tutte le altre problematiche internazionali che alimentano un continuo clima d’incertezza (guerre, aumento del costo della vita, tensioni commerciali e trasformazioni tecnologiche), il quadro della precarietà sociale si complica. In questo continuo intrecciarsi di crisi geopolitiche, economiche e sociali, a farne le spese sono soprattutto i poveri che non diminuiscono (ormai un residente su dieci vive in condizioni di povertà assoluta), ma rischiano di diventare una componente strutturale delle nostre società. Se la povertà non si può accettare (bisogna sanarla), neanche quando rappresenta un “fenomeno eccezionale”, ora (di fronte a questi dati che la descrivono come una tendenza alla “strutturale normalità”), l’urgenza di una soluzione più mirata (di breve, medio e lungo periodo) è palese. Un allarme sociale “strutturale” richiede interventi pubblici strutturali: gli aiuti una tantum non possono bastare in una comunità che possa definirsi civile e rispettosa dei tanti articoli della Costituzione che tutelano i diritti fondamentali della vita di tutti, nessuno escluso, perché questa sia pienamente dignitosa.</p>
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		<title>Giustizia, emozioni e opinione pubblica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Adriana Lamanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 07:44:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Adriana Lamanna • Oggi dichiararsi apartitici è sempre più difficile. Nella maggior parte dei casi si finisce, almeno, per simpatizzare con una parte politica. Eppure esistono vicende nelle quali politica e appartenenza dovrebbero restare fuori dal giudizio. In questi casi bisognerebbe ragionare con lucidità, attenendosi al rigoroso rispetto delle leggi, ma senza rinunciare a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>di Adriana Lamanna</strong> • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Oggi dichiararsi apartitici è sempre più difficile. Nella maggior parte dei casi si finisce, almeno, per simpatizzare con una parte politica. Eppure esistono vicende nelle quali politica e appartenenza dovrebbero restare fuori dal giudizio. In questi casi bisognerebbe ragionare con lucidità, attenendosi al rigoroso rispetto delle leggi, ma senza rinunciare a valutare il contesto umano.Un tempo si diceva che si avesse pietà di chi rubava una mela per fame. Oggi, invece, sembra che si punisca con severità chi commette reati minori, mentre spesso i delinquenti abituali danno l’impressione di sfuggire a una giustizia altrettanto efficace. È davvero così? Le leggi vengono applicate in modo uniforme oppure, talvolta, alcune vicende assumono una rilevanza mediatica e politica che finisce per influenzare il dibattito pubblico?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basti pensare al caso della cosiddetta “casa nel bosco”. Per settimane televisioni e giornali ne hanno parlato quotidianamente, più volte al giorno, quasi trasformandolo in un fenomeno nazionale. Eppure sappiamo bene che situazioni analoghe esistono a migliaia in tutta Italia. Ci siamo mai fermati a riflettere autonomamente, senza limitarci ad assorbire opinioni, slogan e interpretazioni di esperti e commentatori? Abbiamo provato a giudicare con la nostra testa e con la nostra coscienza?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi i media tornano a parlare della sentenza che riguarda il gioielliere Mario Roggero. È giusto che l’informazione aggiorni i cittadini, ma prima che il dibattito venga nuovamente polarizzato dalla politica e dall’informazione, forse sarebbe opportuno fermarsi a riflettere. Le prime domande dovrebbero essere semplici: dove ha sbagliato? Cosa avrebbe dovuto fare diversamente? Quali attenuanti gli sono state riconosciute?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre consultare il casellario giudiziale per comprendere il contesto in cui è maturata quella tragedia. È noto che Roggero aveva già subito diverse rapine senza reagire, affidandosi ogni volta alla giustizia. Ma quale giustizia ha realmente ottenuto? Gli è stato restituito ciò che gli era stato sottratto? I responsabili sono stati assicurati alla giustizia? Le pene hanno restituito serenità a lui e alla sua famiglia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste domande non significano sostenere che una persona debba farsi giustizia da sola. Nessuno Stato di diritto può accettare questo principio. Tuttavia è legittimo interrogarsi sullo stato d’animo di chi, dopo aver subito ripetute aggressioni, si ritrova ancora una volta con una pistola puntata alla sua tempia, ed a quello della figlia, mentre la moglie viene minacciata con un coltello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È davvero possibile pensare che, in quei momenti, una persona riesca a mantenere piena lucidità? Chiunque abbia vissuto un forte trauma sa che paura, rabbia e istinto possono prendere il sopravvento. È un meccanismo umano. Se un cane mi morde, istintivamente reagisco per allontanarlo. Anche se amo gli animali, la paura e l›istinto prevalgono sulla razionalità. Solo dopo, a mente fredda, si torna a riflettere. Non è forse ciò che può accadere anche a una persona sottoposta a una violenza estrema?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo motivo viene spontaneo chiedersi se, oltre al rigoroso rispetto della legge, non debbano essere valutate con maggiore attenzione anche le attenuanti legate allo stato emotivo del momento.<br>Le leggi devono essere rispettate da tutti e applicate con imparzialità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio perché devono valere per tutti, il cittadino ha il diritto di chiedersi se vengano sempre applicate con lo stesso rigore oppure se alcune sentenze assumano un valore simbolico, diventando un messaggio rivolto all’opinione pubblica. La decisione sul caso Roggero ha diviso profondamente il Paese. Se il giudizio fosse stato percepito come un equilibrio tra la rigorosa applicazione della legge e la valutazione delle circostanze concrete, probabilmente avrebbe suscitato un dibattito meno acceso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro aspetto che ha alimentato le polemiche riguarda il risarcimento dei danni ai familiari di uno dei rapinatori uccisi. L’articolo 185 del Codice Penale stabilisce che ogni reato che abbia provocato un danno patrimoniale o non patrimoniale comporta l’obbligo del risarcimento. Si tratta di un principio giuridico consolidato. Tuttavia molti cittadini si interrogano sull’impatto che tale norma produce quando il danno riguarda persone che stavano commettendo una rapina. È proprio questo il punto sul quale si concentra gran parte del dibattito pubblico. Ricordo, infine, un episodio significativo. Alcuni ladri rubarono una moto da fuoristrada. Quando furono contattati per la restituzione, chiesero una somma molto elevata, giustificandola con una dettagliata spiegazione dei “costi” sostenuti per il furto: il lavoro di tre persone, il noleggio del motocarro per il trasporto e altre spese organizzative. Un aneddoto che può far sorridere per l’assurdità della situazione, ma che invita anche a una riflessione più ampia sul senso della giustizia e sulla percezione che molti cittadini hanno del sistema giudiziario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ognuno tragga le proprie conclusioni, senza lasciarsi guidare esclusivamente dall’emotività, dalla propaganda politica o dalla pressione mediatica.</p>
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		<title>Il buco dell’ozono si sta richiudendo ma la temperatura terrestre continua ad aumentare, perchè?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nino Santacroce]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 07:37:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Nino Santacroce • Il buco dell’ozono si sta riducendo e dovrebbe chiudersi completamente tra il 2035 e il 2066.&#160;Tuttavia,&#160;c’è&#160;un effetto collaterale inaspettato,&#160;la&#160;temperatura terrestre&#160;sta aumentando&#160;del&#160;40% in più di quanto stimato finora.&#160;&#160;Paradossalmente, quando il “buco” era più ampio, generava forti vortici e venti stratosferici, con la&#160;sua chiusura,&#160;le precipitazioni&#160;si&#160;sono modificate, l’estensione dei ghiacci&#160;antartici si è ridotta&#160;e&#160;la terra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>di Nino Santacroce</strong> • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Il buco dell’ozono si sta riducendo e dovrebbe chiudersi completamente tra il 2035 e il 2066.&nbsp;Tuttavia,&nbsp;c’è&nbsp;un effetto collaterale inaspettato,&nbsp;la&nbsp;temperatura terrestre&nbsp;sta aumentando&nbsp;del&nbsp;40% in più di quanto stimato finora.&nbsp;&nbsp;Paradossalmente, quando il “buco” era più ampio, generava forti vortici e venti stratosferici, con la&nbsp;sua chiusura,&nbsp;le precipitazioni&nbsp;si&nbsp;sono modificate, l’estensione dei ghiacci&nbsp;antartici si è ridotta&nbsp;e&nbsp;la terra si è surriscaldata. Il&nbsp;Protocollo di Montreal&nbsp;è&nbsp;un trionfo&nbsp;in quanto ha&nbsp;azzerato i gas distruttivi CFC(Clorofluorocarburi) e ridotto l’esposizione ai tumori della pelle, studi scientifici recenti&nbsp;hanno spiegato che l’ozono presente nella stratosfera funge da scudo contro i raggi UV.&nbsp;Tuttavia,&nbsp;c’è&nbsp;un effetto collaterale inaspettato,&nbsp;infatti,&nbsp;man mano che&nbsp;il “buco&nbsp;“ si&nbsp;chiude e&nbsp;lo strato&nbsp;si&nbsp;si&nbsp;inspessisce,&nbsp;l’ozono agisce&nbsp;come un potente gas serra trattenendo calore.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei decenni passati, la presenza del buco dell’ozono manteneva i venti antartici particolarmente intensi, isolando il polo e creando nubi che riflettevano la radiazione solare. Ora che il buco si sta restringendo, questi venti si indeboliscono o cambiano traiettoria, riducendo la copertura nuvolosa riflettente&nbsp;portando altresì alla riduzione&nbsp;dell’estensione&nbsp;dei ghiacci antartici&nbsp;ed al surriscaldamento della terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I risultati scientifici&nbsp;evidenziano che&nbsp;riparare il buco dell’ozono è&nbsp;stata&nbsp;un’ottima idea per la nostra salute&nbsp;(dal momento che farlo ripristina la barriera contro i raggi ultravioletti&nbsp;e protegge tra l’altro contro i tumori della pelle),&nbsp;ma&nbsp;secondo&nbsp;le proiezioni, entro la metà del secolo diventerà il secondo fattore di riscaldamento globale subito dopo l’anidride carbonica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo ancora in tempo per salvare l’ecosistema e garantire un futuro sicuro alla nostra specie, ma la finestra d’azione si sta stringendo e richiede una trasformazione radicale in questo decennio. La scienza non parla di un “punto di non ritorno” bensì di una transizione graduale in cui ogni frazione di grado di riscaldamento evitato riduce drasticamente la frequenza di catastrofi meteo, carestie e collassi ecologici.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per vincere questa sfida, l’azione globale deve concentrarsi su tre pilastri immediati e interconnessi:<br>Azzerare i combustibili fossili&nbsp;triplicando&nbsp;l’installazione di energia solare ed eolica a livello mondiale per sostituire carbone e gas.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Interrompere le perdite di gas naturale dagli impianti industriali e ottimizzare la gestione dei rifiuti per un abbattimento termico immediato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Convertire i trasporti e il riscaldamento domestico verso tecnologie elettriche alimentate da fonti pulite.<br>Tutti noi abbiamo l’obbligo morale di fare qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le scelte individuali di miliardi di persone, se sommate, possono abbattere fino al 40-70% delle emissioni globali di gas serra entro il 2050.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciascuno di noi ha il potere di agire&nbsp;subito:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Muoviamoci&nbsp;preferibilmente con&nbsp;mezzi elettrici o per piccoli tratti&nbsp;con&nbsp;bici&nbsp;o&nbsp; a&nbsp;piedi;</li>



<li>Risparmiamo&nbsp;energia nelle nostre abitazioni&nbsp;sostituendo le vecchie&nbsp;caldaie,&nbsp;i vecchi infissi e installando pannelli fotovoltaici sul tetto;</li>



<li>Modifichiamo&nbsp;le abitudini&nbsp;alimentari,&nbsp;azzeriamo&nbsp;lo spreco e preferiamo prodotti locali e di stagione;</li>



<li>Consumiamo&nbsp;meno e meglio, ripariamo prima di sostituire e preferiamo capi di qualità di seconda mano o&nbsp;fatti con materiali riciclati;</li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph">Il cambiamento individuale è necessario solo quando milioni di persone sceglieranno la sostenibilità,&nbsp;le aziende&nbsp;saranno costrette&nbsp;a cambiare i prodotti e&nbsp;i governi&nbsp;a varare leggi più severe a tutela del clima.</p>
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		<item>
		<title>Emilio Contrasto non si ricandida. Cambia la guida di UNISIN</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/06/10/emilio-contrastonon-si-ricandida-cambia-la-guida-di-unisin/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enzo Parentela]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 07:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Enzo Parentela • Il 12 e 13 maggio 2026, presso l’Hotel Mediterraneo di Riccione, si è svolto il VII Congresso nazionale di Unisin/Confsal, appuntamento che ha segnato la conclusione di una lunga fase della storia del sindacato autonomo dei bancari. Dopo circa tredici anni consecutivi alla guida dell’organizzazione, Emilio Contrasto ha deciso di non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Enzo Parentela • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Il 12 e 13 maggio 2026, presso l’Hotel Mediterraneo di Riccione, si è svolto il VII Congresso nazionale di Unisin/Confsal, appuntamento che ha segnato la conclusione di una lunga fase della storia del sindacato autonomo dei bancari. Dopo circa tredici anni consecutivi alla guida dell’organizzazione, Emilio Contrasto ha deciso di non ricandidarsi nel ruolo di Segretario Generale. L’esperienza di Emilio Contrasto alla guida di Unisin era iniziata nel novembre 2013, in uno dei momenti più difficili per il sindacalismo bancario e per lo stesso comparto del credito. Gli anni successivi alla crisi finanziaria internazionale erano, infatti, caratterizzati da fusioni, ristrutturazioni, piani industriali con migliaia di esuberi, chiusure di filiali e forti tensioni sul rinnovo del contratto nazionale dei bancari. </p>



<p class="wp-block-paragraph">A ciò si aggiungeva una situazione delicata nelle relazioni sindacali: Unisin era stata esclusa dai tavoli unitari a causa di divergenze maturate con le altre organizzazioni del settore. Sin dall’inizio del suo mandato, Contrasto ha posto al centro della propria azione il ripristino dell’unità sindacale, convinto che soltanto attraverso un confronto condiviso fosse possibile difendere efficacemente le lavoratrici e i lavoratori del credito. Grazie ad un paziente lavoro di relazioni e mediazione politica e sindacale, in breve tempo, Contrasto ha riaperto il dialogo con le altre sigle confederali e autonome, riportando così Unisin ai tavoli unitari dopo circa sei anni di isolamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso tempo Emilio Contrasto ha lavorato per consolidare il progetto di aggregazione tra le storiche sigle autonome del settore bancario Falcri, Silcea e successivamente Sinfub, rafforzando così l’identità e il peso di Unisin all’interno dei principali gruppi bancari italiani. In questo modo Unisin ha rafforzato la propria presenza nelle aziende del credito, mantenendo una linea autonoma ma sempre orientata al confronto e alla partecipazione negoziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso dei suoi tredici anni alla segreteria generale, Contrasto si è pure distinto, oltre che per l’impegno quotidiano nella gestione organizzativa e relazionale del sindacato, anche per la costante presenza ai tavoli di trattativa nazionali e aziendali. Ha seguito in prima persona i rinnovi del Contratto collettivo nazionale del credito, ponendo attenzione non solo agli aspetti economici ma anche alla tutela professionale, alla dignità del lavoro bancario e alla salvaguardia occupazionale in una fase segnata dalla profonda trasformazione digitale del settore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolarmente significativo è stato il contributo dato al rinnovo dell’ultimo contratto collettivo nazionale del Settore Credito che ha visto la categoria dei bancari ottenere quello che si può sicuramente definire come l’accordo più importante degli ultimi vent’anni grazie al quale le lavoratrici e i lavoratori del credito hanno ottenuto – fra le altre cose – importanti incrementi salariali, il rafforzamento delle tutele contro le pressioni commerciali indebite, maggiori garanzie sulla responsabilità professionale, importanti miglioramenti delle previsioni in materia di welfare, una riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione. Un accordo che è stato oggetto di attenzione e di esame anche da parte di altri Settori lavorativi nel nostro Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’attività sindacale di Unisin, sotto la guida di Emilio Contrasto, si è progressivamente estesa anche a temi sociali più ampi: inclusione, disabilità, sicurezza sul lavoro, pari opportunità, contrasto alla violenza di genere, tutela delle persone fragili. In questo modo Contrasto ha dato l’esempio di come un sindacato moderno deve essere capace di affrontare non solo le vertenze contrattuali ma anche le trasformazioni sociali che comunque incidono sulla qualità della vita e del lavoro. Un altro tema al quale Contrasto si è dimostrato particolarmente sensibile è stato quello della cosiddetta “Desertificazione bancaria”. Infatti, in più occasioni, è intervenuto denunciando, anche attraverso interventi pubblici, prese di posizione sui media e audizioni parlamentari, gli effetti della progressiva chiusura degli sportelli bancari nei piccoli centri e nelle aree periferiche del Paese. Un fenomeno, secondo Contrasto, che non produce soltanto ricadute occupazionali ma determina anche gravi conseguenze sociali e demografiche, privando intere comunità di servizi essenziali e aumentando le disuguaglianze territoriali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con la conclusione del Congresso di Riccione si chiude, dunque, una lunga stagione sindacale che ha visto Emilio Contrasto protagonista di una fase complessa e decisiva per il mondo bancario italiano. A raccoglierne l’eredità è stato chiamato Luca Pinton che guiderà il sindacato nel nuovo contesto.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.alpluraleonline.it/2026/06/10/emilio-contrastonon-si-ricandida-cambia-la-guida-di-unisin/">Emilio Contrasto non si ricandida. Cambia la guida di UNISIN</a> proviene da <a href="https://www.alpluraleonline.it">www.alpluraleonline.it</a>.</p>
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		<title>Transizione energetica ed ecologica. Le occasioni mancate vengono a galla nei periodi di crisi energetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Trifilio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 07:09:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Brunella Trifilio • Al riaccendersi dei conflitti nei Paesi esportatori di petrolio e gas naturale, riemerge con forza il problema legato alla lentezza del processo di transizione dai combustibili fossili (carbone, gas, petrolio) verso le fonti rinnovabili. Alcuni Paesi europei come il Portogallo, la Spagna e l’Olanda, hanno già agganciato da tempo il loro [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">di Brunella Trifilio • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Al riaccendersi dei conflitti nei Paesi esportatori di petrolio e gas naturale, riemerge con forza il problema legato alla lentezza del processo di transizione dai combustibili fossili (carbone, gas, petrolio) verso le fonti rinnovabili. Alcuni Paesi europei come il Portogallo, la Spagna e l’Olanda, hanno già agganciato da tempo il loro modello di sviluppo al crescente impiego delle fonti rinnovabili, con il doppio beneficio della riduzione della loro “dipendenza energetica” e del rispetto dell’ambiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia non ha creduto abbastanza in questo virtuoso modello di sviluppo e ora, in un momento di crisi energetica come l’attuale, deve affrontarne in fretta le conseguenze economiche e sociali. L’ultima analisi dell’Agenzia nazionale per l’energia (ENEA), con riferimento al sistema energetico italiano nel 2025, è un esempio di quanto sia ancora marcata la distanza dagli obiettivi europei al 2030 per la transizione ecologica ed energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’evidenza che, interpretata nel contesto delle recenti tensioni geopolitiche, suscita non poche preoccupazioni. Soffermandosi sulle potenzialità energetiche da fonti pulite dell’Italia e, nel contempo, sulla lentezza del processo di transizione ecologica ed energetica, appare evidente una contraddizione inspiegabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La più chiara conseguenza di questa contraddizione è la forte dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili (70% del fabbisogno energetico) il cui costo, già di per sé rilevante, al riaccendersi delle tensioni belliche nei Paesi che vendono all’Italia questi combustibili, diventa poco sostenibile per imprese e cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dipendenza italiana dalle importazioni di petrolio e gas, porta con sé l’inevitabile conseguenza dell’eccessiva esposizione alla volatilità dei prezzi di queste materie prime sui mercati internazionali. Se il caso italiano è un esempio delle difficoltà non facilmente gestibili nel corso delle crisi energetiche improvvise (dato l’insufficiente contributo delle fonti rinnovabili alla produzione interna d’energia), altri Paesi europei più virtuosi nel processo di transizione confermano invece, nei fatti, la sua inevitabilità al fine di ridurre la dipendenza energetica e il rischio di forti aumenti dei costi dell’energia da combustibili fossili importati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le recenti osservazioni del Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sanchez &#8211; “… Sabato scorso noi abbiamo pagato 14 euro al MWh, l’Italia 100 …” – dimostrano quanto sia auspicabile ridurre la dipendenza energetica quando strettamente connessa all’eventuale gestione emergenziale delle forniture di combustibili fossili (difficile ricerca delle migliori condizioni di prezzo sui mercati internazionali durante le crisi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trasformare al più presto una “minaccia” energetica come quella recente in una grande “opportunità” di cambiamento verso l’autosufficienza energetica, non significa però riprendere in considerazione l’alternativa del nucleare. Se ammettiamo che quella ecologica sia la scelta energetica giusta, l’ipotesi del nucleare (come alternativa al carbone, petrolio e gas) decade automaticamente. Se è vera l’ipotesi che attraverso il nucleare non risolveremmo il problema dei costi, aggiungendo però i rischi legati alle centrali e alle scorie, chiudere l’argomento, una volta per tutte, è consequenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In proposito, per citare ancora una volta questo Paese europeo così geograficamente vicino all’Italia, è bene ricordare che la Spagna ha previsto un piano d’uscita dall’energia atomica con la progressiva chiusura delle attuali 7 centrali ancora attive, tra il 2027 e 2035. Ci sarà un motivo valido a supporto di questa scelta? Allora, se il motivo valido esiste, perché riaprire il dibattito sul nucleare in Italia quando si dispone di tante risorse pulite come altri Paesi più virtuosi nella transizione energetica? Le alternative per produrre energia pulita sono davvero tante; basterà saperle cogliere con efficacia ed efficienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non solo il sole e il vento consentono di produrre energia elettrica (solare ed eolica) con grande facilità. Dall’energia generata dal flusso di calore che scorre tra le rocce, dall’interno della Terra alla sua superfice, si può ricavare energia geotermica. Anche l’energia da biomassa, come gli scarti delle aziende zootecniche e forestali, potrebbe fare la differenza nel processo di avvicinamento all’autosufficienza energetica, grazie alla sua abbondanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riflettendo sulle criticità di un modello di sviluppo che costa molto caro all’ambiente e agli italiani rispetto ad altri cittadini europei (gli spagnoli sostengono in media un costo dal 30 al 40% in meno) e comprendendo le opportunità economiche e ambientali garantite dall’impiego delle fonti di energia rinnovabili, sapremo fare della transizione ecologica ed energetica la nostra nuova strada di sviluppo. Basta volerlo nei fatti, non solo sulla carta.</p>
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		<title>Giustizia è fatta?</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/06/10/giustizia-e-fatta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 07:05:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani •</p>
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<p class="wp-block-paragraph">di Mario Caspani •</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">… e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio<br>prima di genuflettermi nell’ora dell’addio<br>non conoscendo affatto la statura di Dio.<br>(Fabrizio De Andrè, Un giudice)</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"></p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">A risultato referendario acquisito, a bocce ferme, come suol dirsi, mi è tornata in mente questa canzone, di cui cito la strofa finale, del compianto Faber, tratta dall’album in cui traspose liberamente in musica alcune delle liriche della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters. Per chi non la ricorda si tratta di una caustica ballata contro un giudice affetto da nanismo che cerca e trova, finché in vita, un riscatto e una vendetta contro il suo status, esercitando in modo severo il proprio ufficio.<br>Non è casuale il riferimento religioso della chiusura, dato che il magistrato (in terra) e Dio (nell’aldilà, per chi ci crede) sono le uniche due entità cui compete giudicare uomini e donne al punto di poter togliere loro la libertà del corpo e dell’anima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La canzone rappresenta bene la diffusa sfiducia nell’ordine costituito da parte di un ambiente antagonista, soprattutto nel periodo post sessantottino, fino ai tempi di mani pulite, inizio anni 90 del secolo scorso. Dopo di che le iniziative a tappeto delle Procure, che determinarono la fine della cosiddetta prima repubblica, ebbero anche la conseguenza di garantire una pressoché totale fiducia dell’opinione pubblica nell’operato dei magistrati, si parla di un consenso che sfiorava il 90%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora pare che la fiducia sia ancora maggioritaria, ma stando all’esito referendario si attesta a poco più del 50% degli elettori (votanti). Un dato che dovrebbe far comunque pensare ai vincitori. Non ho mai scritto né postato nulla sui social su questo tema (il referendum sulla riforma della giustizia) prima di oggi, cioè a voto concluso, non mi piace fare il propagandista, soprattutto in tempi avvelenati come questi, dove al pacato ragionamento si preferiscono gli slogan infarciti più o meno da falsità, a sostegno dell’una o dell’altra opinione (e questo vale per ogni tematica di discussione).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma oggi ho la netta sensazione che l’esito di questa votazione non abbia nulla a che vedere con una attenta disamina delle ragioni pro e contro la riforma, ma sia stato determinato da una precisa scelta politica di votare “contro” a prescindere, da parte di uno schieramento eterogeneo di oppositori e/o scontenti che hanno pensato di far sentire la loro voce contraria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intendiamoci, nulla di scandaloso, la democrazia funziona così e, come chiosava Churchill, è la peggior forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però mi chiedo perché in nome della Costituzione la maggioranza degli elettori abbia votato contro la Costituzione stessa. Mi spiego: fin dal 1999 quando sotto l’allora governo D’Alema fu modificato l’articolo 111 della Costituzione inserendovi il fondamentale principio delle terzietà dei Giudici a garanzia di un equo processo, lo stesso articolo 111 mi pare in conflitto con l’articolo 104 dove, accanto all’inviolabile principio dell’indipendenza della magistratura, si stabilisce che la magistratura stessa sia un corpo unico (inquirente e giudicante), sotto il controllo dal Consiglio Superiore della Magistratura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come può esservi terzietà del Giudicante a tutela dell’inquisito quando l’inquisitore appartiene alla stessa “squadra” del Giudice? Sicuri che non vi sia condizionamento? Sicuri che le logiche elettorali riferite alla nomina dei componenti dell’unico CSM non influiscano nei comportamenti? Sicuri che la mancanza di un organismo esterno per valutare eventuali errori o sanzioni disciplinari sia una carenza da poco?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta a quest’ultimo quesito la fornisce un dato preciso: negli ultimi trent’anni circa 30.000 persone sono state private della libertà ingiustamente, 1.000 all’anno, si tratta mediamente di 3 casi al giorno circa, generando richieste risarcitorie per milioni e milioni di euro. A fronte di questi numeri eclatanti risulta che solo il 3% dei magistrati sottoposti a provvedimenti disciplinari sia stato sottoposto a una qualche forma di sanzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, tutto qua. Speravo che l’approvazione della riforma potesse in qualche modo migliorare la macchina della giustizia, partendo proprio dalla separazione delle carriere, argomento peraltro che sia nel lontano che nel recente passato è stato inserito nel programma del principale partito di opposizione, salvo poi smentirsi al momento del voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ho poi mai avuto paura che, in una democrazia matura come la nostra, qualsiasi tentativo di forzare la mano nel senso di sottoporre a controllo politico la magistratura post riforma si sarebbe scontrato con la sacrosanta opposizione dei competenti organi, a partire dalla Presidenza della Repubblica e dalla Corte Costituzionale. Chi pensa il contrario, a mio modesto parere, continua a fare propaganda politica fuori luogo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
</blockquote>
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		<title>Intelligenza Artificiale: troppe ombre, poche luci</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/06/10/intelligenza-artificiale-troppe-ombre-poche-luci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enzo Parentela]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:51:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Enzo Parentela • Negli ultimi decenni, lo sviluppo scientifico è stato particolarmente intenso e svariate innovazioni tecnologiche hanno letteralmente trasformato il nostro modo di vivere. Elencarle tutte sarebbe un esercizio lungo e noioso; è più opportuno soffermarsi solo su alcune di esse, quelle che oggi sono considerate ormai indispensabili. Il riferimento va in particolare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Enzo Parentela • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Negli ultimi decenni, lo sviluppo scientifico è stato particolarmente intenso e svariate innovazioni tecnologiche hanno letteralmente trasformato il nostro modo di vivere. Elencarle tutte sarebbe un esercizio lungo e noioso; è più opportuno soffermarsi solo su alcune di esse, quelle che oggi sono considerate ormai indispensabili. Il riferimento va in particolare ai collegamenti telematici, alla rete Internet e, soprattutto all’onnipresenza degli strumenti di comunicazione, i cosiddetti social. Una menzione particolare va poi allo smartphone, diventato così pervasivo e necessario che nessuno di noi può più farne a meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2022 in poi, una nuova tecnologia ha iniziato a imporsi con forza sia nel lavoro che nelle abitudini di milioni di persone: l’intelligenza artificiale: Una specie di genio della lampada che, se non ha proprio lo scopo di soddisfare i desideri, è a nostra disposizione per rispondere a domande, suggerire soluzioni, scrivere testi, produrre immagini, programmare software e altro. La caratteristica dei sistemi di intelligenza artificiale è la loro semplicità d’uso. Non occorre essere degli specialisti o dei guru informatici, basta semplicemente inoltrare la richiesta compilando il modulo previsto, il cosiddetto “Prompt”. Per ottenere risultati soddisfacenti occorre che le richieste siano chiare, ben definite e strutturate in modo preciso. Niente di particolarmente complesso, anzi, un sistema davvero alla portata di tutti. Per mettere alla prova l’I.A. ho chiesto di preparare delle routine in un particolare linguaggio di programmazione e devo dire che il sistema ha evaso egregiamente la mia richiesta, restituendomi stringhe di codice perfettamente funzionanti. Trasferiamo questa possibilità nelle mani di un giovane informatico e capiremo quanto tempo e lavoro possa far risparmiare un simile sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da più parti, però, arrivano allarmi sui pericoli di un uso sempre più frequente dei sistemi di I.A. nelle attività umane. La preoccupazione fondamentale è che l’implementazione di questi strumenti porti alla perdita di posti di lavoro. Infatti, negli Stati Uniti, che, nel bene e nel male, sono spesso gli antesignani dei cambiamenti sociali, scientifici ed economici, iniziano a fioccare i licenziamenti: Meta, Amazon, UPS e altre aziende stanno già avviando tagli al personale, grazie, o forse sarebbe meglio dire a causa, dell’utilizzo sempre maggiore dell’I.A. Sembrerebbe che la riduzione dei posti di lavoro non dipenda tanto dalla necessità che i lavoratori vengano sostituiti dall’I.A., quanto piuttosto dalla necessità delle aziende di redistribuire delle risorse aziendali per investire in sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Proprio così: per avere sistemi performanti e, per così dire, “super intelligenti”, occorre investire ingenti risorse che vengono compensate con la riduzione del personale. A tutto ciò vanno aggiunti i costi di gestione. Se è vero che i vari ChatGPT, Claude, Copilot farebbero risparmiare sui costi di lavoro, per funzionare richiedono server potentissimi e data center ad altissimo consumo energetico. Per questo vengono definiti energivori, ossia grandi consumatori di energia, e in un periodo di instabilità energetica, come quello attuale, questo rappresenta un problema tutt’altro che trascurabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un’altra considerazione relativa all’impatto che l’IA potrebbe avere sulle nuove generazioni, vale a dire l’effetto che l’utilizzo costante di sistemi basati sull’intelligenza artificiale può avere sul loro sviluppo mentale e intellettivo. Sicuramente uno strumento che faccia i compiti scolastici, ricerche, traduzioni, produzione di immagini e quant’altro, può far risparmiare tempo, ma non allena il cervello a trovare da solo le soluzioni più adatte e così si rischia di indebolire la capacità di ragionamento autonomo. In uno studio citato dalla rivista Time, in un articolo del 13 novembre 2025, si fa riferimento a una ricerca condotta dai ricercatori del Media Lab del MIT, che mette in guardia sul fatto che ChatGPT potrebbe danneggiare le capacità di pensiero critico. “Lo studio ha diviso 54 soggetti, dai 18 ai 39 anni dell’area di Boston, in tre gruppi, chiedendo loro di scrivere diversi saggi utilizzando rispettivamente ChatGPT di OpenAI, il motore di ricerca di Google oppure nessun supporto. I ricercatori hanno utilizzato un EEG per registrare l’attività cerebrale degli scrittori in 32 regioni e hanno scoperto che, dei tre gruppi, gli utenti di ChatGPT avevano il più basso coinvolgimento cerebrale e risultavano coerentemente sottoperformanti a livelli neurali, linguistici e comportamentali”. Le implicazioni di un uso indiscriminato, della I.A. potrebbero quindi essere non solo di natura economica e sociale, ma anche sanitaria, se si ricorre in modo smodato a questi strumenti. Un’altra conseguenza, anch’essa importante, è che molti utenti si approcciano all’utilizzo di questi sistemi, senza considerare che le risposte sono generate da complessi algoritmi, che pescano in un oceano di dati per trovare la risposta più adatta alla richiesta, con tutti i rischi conseguenti, come ad esempio la violazione di copyright, ma ancora peggio quando ci si rivolge all’IA, per chiedere consigli nel campo medico sanitario. Sarebbe quindi ora che i nostri governi, non solo a livello nazionale ma soprattutto a livello internazionale, iniziassero a interrogarsi sui potenziali rischi che un impiego diffuso dell’I.A. potrà avere sul nostro futuro, riflettendo sull’opportunità di introdurre correttivi o anche limiti nell’uso indiscriminato dei sistemi di intelligenza artificiale. Considerando il continuo progresso scientifico della civiltà umana, sarebbe doveroso interrogarsi quali possono essere i limiti dell’intelligenza artificiale e fino a dove questa tecnologia potrà sostituire l’essere umano nelle sue molteplici attività. Già gli autori di romanzi di fantascienza ci hanno dato moltissimi esempi riguardo agli impieghi futuri dell’intelligenza artificiale, basta pensare ai replicanti di Blade Runner o al super computer “Hal 9000” del film 2001 Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, film ispirato ad un romanzo di Arthur C. Clarke.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la vera domanda che dovremmo porci, dovrebbe essere un’altra: “Siamo davvero disposti a delegare tutto alle macchine?”</p>
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		<title>In questo mondo di ladri</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/03/25/in-questo-mondo-di-ladri/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Nino Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:37:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra guerre, rincari e silenzi assordanti, il prezzo più alto lo pagano sempre i cittadini di Nino Lentini • Una famosa canzone del famosissimo cantautore Antonello Venditti scritta quasi quarant’anni fa diceva: Eh, in questo mondo di ladri c’è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai. Noi, noi stiamo bene tra noi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Tra guerre, rincari e silenzi assordanti, il prezzo più alto lo pagano sempre i cittadini</h2>



<p class="wp-block-paragraph">di Nino Lentini • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Una famosa canzone del famosissimo cantautore Antonello Venditti scritta quasi quarant’anni fa diceva: Eh, in questo mondo di ladri c’è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai. Noi, noi stiamo bene tra noi e ci fidiamo di noi in questo mondo di ladri, in questo mondo di eroi…Non siamo molto importanti ma puoi venire con noi”. Che dire se non che aveva pienamente ragione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viviamo in un mondo in cui le ruberie, le grandi ruberie, sembrano ormai quasi legalizzate. Nessuno interviene davvero per cambiare uno stato di cose in cui approfittare delle situazioni è diventata, per alcuni, una vera e propria strategia. Ci si ingegna, si studia, ci si arrovella pur di trovare l’occasione giusta per infilare le mani nelle tasche della gente. Ogni evento — positivo o negativo — diventa un’opportunità per accumulare. Sempre di più. Sempre più in fretta. E quando si specula su un terremoto, su uno tsunami, su una catastrofe o su una guerra, allora non si tratta più di profitto: si tratta di bottino. Perché di bottino si parla quando il guadagno nasce dal dolore, dalla paura, dalla morte. Non si guarda in faccia a nessuno. Più la situazione è grave, più qualcuno si prepara a trarne vantaggio. Il rispetto scompare. L’etica evapora. Resta soltanto il calcolo. È di pochi giorni fa la notizia dello scoppio della guerra in Iran, attribuita all’intervento degli Stati Uniti e di Israele, con la motivazione — secondo quanto riportato dai media — di impedire un’espansione del programma nucleare iraniano. Ma al di là delle dinamiche geopolitiche, ciò che qui interessa sono le conseguenze economiche. Le guerre non producono soltanto distruzione: generano instabilità, alimentano speculazioni e innescano aumenti a catena. Greggio e gas sono i primi a risentirne, seguiti dai beni alimentari, dai prodotti di prima necessità, dal costo della vita nel suo complesso. Eppure c’è un dato che colpisce: molte petroliere già cariche risultano ferme per ragioni di sicurezza nelle acque del Golfo o oltre lo stretto di Hormuz. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’approvvigionamento attuale è legato a contratti stipulati a prezzi precedenti. In teoria, dunque, almeno nell’immediato non dovrebbe esserci alcun aumento. Invece, alle pompe, il prezzo di benzina e gasolio è salito di circa dieci centesimi al litro per il momento. Un rincaro improvviso, che pesa direttamente sulle famiglie e sulle imprese. Ci si chiede allora: come si può definire tutto questo? Opportunismo? Speculazione? </p>



<p class="wp-block-paragraph">Connivenza? Interessi personali? Forse un insieme di tutto ciò. Il punto non è soltanto economico. È morale. È la sensazione che, di fronte a dinamiche che incidono profondamente sulla vita quotidiana delle persone, il silenzio di chi dovrebbe vigilare e tutelare l’interesse collettivo diventi assordante. Un silenzio che disorienta, che allontana i cittadini dalle istituzioni e alimenta sfiducia. Non si tratta di accusare indistintamente tutti i politici. Esistono persone corrette e oneste, o almeno così si spera. Ma è innegabile che vi sia una parte della classe dirigente che, per interesse o convenienza, chiude gli occhi di fronte a meccanismi che penalizzano i più deboli. Così continuiamo a navigare in un mare agitato, sospinti dalle vele dell’ingiustizia, della protervia e dell’arroganza. E mentre si parla di mercati, equilibri internazionali e strategie energetiche, il peso reale ricade su chi lavora, su chi paga, su chi ogni giorno deve fare i conti con un potere d’acquisto che si assottiglia e che già adesso riscontra le notevoli difficoltà ad arrivare a fine mese, specialmente se a lavorare in famiglia è soltanto una persona. Forse aveva ragione chi cantava che viviamo “in questo mondo di ladri”… Un silenzio assordante che colpisce e smarrisce e ci fa pensare, sempre di più il tempo passa, che in questo mondo non siamo tutti uguali finché, come diceva sempre Venditti nella sua canzone, viviamo in un mondo pieno di ingiustificati debiti, viviamo negli scandali e disprezziamo i politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza, oggi, la farà la capacità dei cittadini di non rassegnarsi, di pretendere trasparenza, responsabilità e rispetto dei diritti sanciti dalla nostra Carta Costituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero rischio non è soltanto l’aumento del prezzo del carburante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È l’assuefazione all’ingiustizia.</p>
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		<title>Il peso del diritto internazionale e delle organizzazioni mondiali per l’equilibrio nei rapporti tra gli stati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Trifilio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:17:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Brunella Trifilio • Il concetto di comunità internazionale, come insieme di Stati e loro associazioni costituite per raggiungere obiettivi politici, economici e sociali condivisi, possiede un contenuto valoriale non sempre percepito nella sua interezza. Eppure, il grande valore del senso di appartenenza alla comunità internazionale e del suo operato tangibile a beneficio dei popoli [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">di Brunella Trifilio • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Il concetto di comunità internazionale, come insieme di Stati e loro associazioni costituite per raggiungere obiettivi politici, economici e sociali condivisi, possiede un contenuto valoriale non sempre percepito nella sua interezza. Eppure, il grande valore del senso di appartenenza alla comunità internazionale e del suo operato tangibile a beneficio dei popoli è concretamente riscontrabile nel sostegno alla pace e alla democrazia che abbiamo voluto costruire insieme, dopo le tante divisioni che hanno preceduto il secondo conflitto mondiale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le organizzazioni internazionali, nate dall’esigenza di costruire insieme la pace duratura nella prosperità, hanno accompagnato uno sviluppo inclusivo mai circoscritto ai soli promotori, ma largamente esteso a tutti i cittadini del mondo, anche a quelli delle aree geografiche svantaggiate. Un impegno allo sviluppo allargato ed equilibrato tra popoli, anche molto diversi, progettato sul solido basamento del diritto internazionale, non solo sui grandi valori dell’umanità. Fondamento delle comunità internazionali è proprio il diritto internazionale, con l’insieme delle sue norme consuetudinarie (generali) e convenzionali (particolari) che aiutano i popoli a relazionarsi correttamente tra loro nonostante le differenze politiche, religiose, culturali, etniche. Nel parlare di comunità internazionale parliamo dunque di concretezza, di leggi, di azioni pubbliche per il bene comune, non solo di grandi ideali che ambiscono alla buona vita dei popoli. La Costituzione italiana, (attraverso l’articolo 10, comma 1 e l’articolo 87, comma 2) consente di adeguare il diritto italiano alle regole della comunità internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se i destinatari delle norme consuetudinarie sono tutti i membri della società internazionale, quelle convenzionali sono riconducibili a specifici trattati sottoscritti volontariamente dagli Stati. L’esempio più importante di norma consuetudinaria è quella che estende la sovranità degli Stati alle acque territoriali, al sottosuolo e all’atmosfera. Tra le più importanti norme convenzionali rientrano quelle dei trattati che danno vita alle organizzazioni internazionali. Basta soffermarsi sugli obiettivi principali della più importante organizzazione internazionale del nostro tempo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), per comprendere i vantaggi economici e sociali della cooperazione tra gli Stati. L’ONU viene fondata sulle macerie della seconda guerra mondiale, con l’adozione, da parte di 50 Stati del mondo, della Carta delle Nazioni Unite (trattato internazionale, alla base della sua nascita, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945). </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’organizzazione comprende oggi 193 Stati che hanno aderito alle sue condizioni: capacità di adempiere agli obblighi previsti dalla Carta dell’ONU ed essere “amanti della pace”. Già quest’ultimo punto basterebbe a farci riflettere sulla potenza dei suoi propositi, senza avere dubbi circa l’importanza e la necessità del suo ruolo. Ma negli obiettivi dell’ONU c’è molto di più di un semplice intento di pace: le sue competenze, il suo ruolo internazionale di primo piano e le funzioni dei suoi organi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le competenze, definite dalla Carta in termini generali, basti ricordare il rispetto dei diritti umani; il mantenimento della pace e della sicurezza tra le nazioni; l’amicizia e la collaborazione tra gli Stati membri; l’aiuto ai Paesi più poveri. L’ONU ha un ruolo mondiale di primo piano almeno in tre ambiti: come foro internazionale, nell’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli e nel supporto alla realizzazione di un progresso economico, sociale e culturale che punti a sanare il divario tra i Paesi del Sud e del Nord del mondo. Tra gli organi principali dell’ONU (Assemblea Generale, Consiglio di sicurezza, Segretariato, Consiglio economico e sociale e Corte internazionale di giustizia), alcuni di essi sono chiamati oggi a compiti molto delicati. Al Consiglio di sicurezza spetta l’importante compito di adottare i provvedimenti necessari al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale attraverso semplici raccomandazioni (non vincolanti) o risoluzioni (vincolanti per gli Stati destinatari).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se uno Stato viola la pace o minaccia di violarla, il Consiglio può agire concretamente con alcuni provvedimenti commisurati alla gravità della violazione: sanzioni economiche, blocco, rottura delle relazioni diplomatiche, impiego delle forze di pace (Caschi blu), azioni militari (misura estrema dopo il fallimento di ogni altro tentativo di pacificazione). Il Consiglio economico e sociale svolge il compito di promuovere la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo e la cooperazione umanitaria e culturale tra i popoli. Le agenzie specializzate, pur non facendo parte dell’ONU, offrono la loro collaborazione nell’affrontare problematiche particolari. Tra queste, l’UNESCO (in ambito “educazione”, “scienza” e “cultura”), la FAO (in ambito “alimentazione” e “agricoltura”) e il WHO (in ambito “sanità”). Temi quali la sicurezza alimentare, la fame nel mondo, il sostegno alla cultura, la protezione del patrimonio artistico, storico e naturale a livello mondiale, la cooperazione tra Stati nelle scienze non possono considerarsi di secondaria importanza per il mantenimento della concordia tra i popoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli “organi sussidiari”, creati dall’ONU per affrontare le problematiche di alcuni settori di sua competenza, integrano il progetto ambizioso di un’umanità capace di guardare al mondo intero come alla propria casa, a una grande opportunità invece che a una minaccia. L’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) è un organo sussidiario che svolge il delicato compito di protezione e sostegno nella ricerca di un Paese in cui ottenere asilo politico. L’UNICEF, lavora invece per garantire sostegno ai bambini soprattutto nell’istruzione, nella salute e nell’alimentazione. Nell’ambito di una visione internazionale del progresso sostenibile dell’umanità, come non ricordare la Risoluzione 70/1 del 2015 (Trasformare il nostro mondo: L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile) che ha dato vita, a partire dal 2016, a un modello di crescita esemplare capace di coniugare le esigenze economiche con quelle sociali e ambientali. L’impegno, per ogni Paese firmatario, è quello di raggiungere – entro il 2030 &#8211; 17 obiettivi di sviluppo sostenibile:</p>



<p class="wp-block-paragraph">1 &#8211; sconfiggere la povertà;<br>2 &#8211; sconfiggere la fame;<br>3 &#8211; salute e benessere;<br>4 &#8211; istruzione di qualità;<br>5 &#8211; parità di genere;<br>6 &#8211; acqua pulita e servizi igienico-sanitari;<br>7 &#8211; energia pulita e accessibile;<br>8 &#8211; lavoro dignitoso e crescita economica;<br>9 &#8211; imprese, innovazione e infrastrutture;<br>10 &#8211; ridurre le disuguaglianze;<br>11 &#8211; città e comunità sostenibili;<br>12 &#8211; consumo e produzione responsabili;<br>13 &#8211; lotta contro il cambiamento climatico;<br>14 &#8211; la vita sott’acqua;<br>15 &#8211; la vita sulla terra;<br>16 &#8211; pace, giustizia e istituzioni solide;<br>17 &#8211; partnership per gli obiettivi (collaborazione).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il “Preambolo” dell’Agenda descrive 5 macro aree, le famose Cinque P (Persone, Pianeta, Prosperità, Pace, Partnership), nelle quali s’inseriscono le azioni da mettere in campo per raggiungere i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Facile capire come non si tratti di semplici ideali (eventualmente non condivisibili), ma di obiettivi concreti raggiungibili con azioni pubbliche dettagliate per un futuro del pianeta irrinunciabile. Difficile capire invece se, ancora una volta, “la storia insegna, ma non ha scolari” (Antonio Gramsci).</p>
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		<title>La gloria e il prezzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:01:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Con febbraio abbiamo archiviato due settimane di intensa ubriacatura olimpico invernale, ricche di soddisfazioni di varia natura. Anzitutto per l’ottima riuscita dell’evento, filato via senza intoppi alla faccia di tutti i gufi e i signor no, sempre pronti a schierarsi contro ogni evento o grande lavoro, soprattutto per ragioni ideologiche. Quelli, [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Con febbraio abbiamo archiviato due settimane di intensa ubriacatura olimpico invernale, ricche di soddisfazioni di varia natura. Anzitutto per l’ottima riuscita dell’evento, filato via senza intoppi alla faccia di tutti i gufi e i signor no, sempre pronti a schierarsi contro ogni evento o grande lavoro, soprattutto per ragioni ideologiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quelli, tanto per intenderci, che sono sempre e pregiudizialmente contro e mettono (o hanno messo) bastoni fra le ruote all’idea di organizzare le olimpiadi estive a Roma o, che so, al Mose di Venezia, o alla linea TAV tra Italia e Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bene, sta di fatto che per le Olimpiadi di Milano e Cortina anche a fronte di iniziali palesi perplessità e scetticismi da parte di certa stampa internazionale, pronta a cogliere ogni refolo polemico, la manifestazione si è conclusa con importanti riconoscimenti all’Italia per qualità dell’organizzazione a tutti i livelli, sportivo e logistico, con addirittura una standing ovation tributata al comitato organizzatore e al CONI da parte della riunione plenaria del CIO nella riunione conclusiva dell’evento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leggo poi che anche dal punto di vista economico le entrate hanno ben superato le spese e gli investimenti e anche nel comparto di ricezione turistica gli introiti sono stati più che soddisfacenti, con un tasso di occupazione di camere e alloggi spesso superiore al 90%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche dal punto di vista sportivo per i nostri colori è stato un discreto successo. Non dico eccezionale, come strombazzato a media unificati, perché se è vero che abbiamo ottenuto il record di medaglie vinte (30) rispetto a tutte le edizioni precedenti, occorre precisare che il vecchio record di 20 medaglie, ottenuto a Lillehammer nel 1994, fu conseguito a fronte di un totale di 61 discipline premiate, contro le 114 di quest’ultima edizione. Fate due calcoli e vedrete che in percentuale Lillehammer fu più prolifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicuramente non per gli atleti andati a medaglia, parlo di quelli italiani. Il CONI, come sempre, è stato di manica larga decidendo di attribuire sostanziosi premi in denaro ai vincitori (mi auguro finanziati in gran parte da sponsor e non solo dallo Stato). Ho scritto “come sempre” perché nelle ultime edizioni olimpiche, estive e invernali, ci siamo distinti tra i vari comitati olimpici come quello tra i più generosi nel premiare i propri atleti, se non il più generoso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basti pensare che ad ogni medaglia d’oro sono andati ben 180mila euro, 90mila a ogni argento e 60mila ad ogni bronzo, premi esentasse (come da ultima legge di bilancio), cumulabili in caso di vittorie multiple e non divisibili per vittorie di squadra (cioè stessa cifra ad ogni componente). Viene da pensare che, per fortuna del bilancio CONI, non hanno vinto medaglie le squadre di hockey, altrimenti gli importi si sarebbero moltiplicati per 15 o più…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beh, non voglio passare per moralista a gettone, anche perché questi premi spesso sono andati ad atleti di discipline “povere” (pensate allo slittino, o al curling) che si sognano i guadagni astronomici di altri sport professionistici (e non parlo solo di calcio).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A far da contraltare a tanta generosità però mi ha dato da pensare il fatto che in nazioni dove gli sport invernali hanno un seguito ben più ampio del nostro (i Paesi scandinavi ad esempio), i gettoni premio o erano addirittura assenti (Norvegia e Svezia), o un decimo dei nostri (Danimarca e Finlandia). Gli stessi USA si sono mantenuti a circa un terzo dei nostri gettoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi viene in mente il “povero” Johannes Klaebo, fenomenale fondista norvegese vincitore di 6 ori su 6 competizioni affrontate) che da noi avrebbe preso la bellezza di 1 milione e 80mila euro, invece dovrà accontentarsi di arrotondare con le sponsorizzazioni a casa sua e la gloria perenne ottenuta grazie a una carriera straordinaria (11 ori in due olimpiadi e un tot di titoli mondiali). Insomma, la gloria ha un prezzo ma non per tutti è lo stesso…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre scrivo sono in corso i giochi paralimpici che, ovviamente, hanno meno impatto pur meritando attenzione e rispetto per tutti gli atleti impegnati (e premi, ridotti ma ci sono anche lì). C’è da sottolineare che purtroppo il rispetto, intendo la tregua olimpica bene o male ottemperata nelle precedenti settimane, non ha impedito l’esplosione di un nuovo fronte in medio oriente, o meglio, la riesplosione.<br>Dopo un Sanremo sonnacchioso e dimenticabile, soprattutto dal punto di vista musicale, siamo tornati subito a veder sparare (molto) e sperare (poco). La vita va avanti, speriamo pure poco, ma bene.</p>
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