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	<title>L&#039;altra pagina Archivi | www.alpluraleonline.it</title>
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	<description>Periodico Mensile Al Plurale &#124; UNISIN</description>
	<lastBuildDate>Wed, 10 Jun 2026 07:09:24 +0000</lastBuildDate>
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	<title>L&#039;altra pagina Archivi | www.alpluraleonline.it</title>
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	<item>
		<title>Transizione energetica ed ecologica. Le occasioni mancate vengono a galla nei periodi di crisi energetica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Trifilio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 07:09:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Brunella Trifilio • Al riaccendersi dei conflitti nei Paesi esportatori di petrolio e gas naturale, riemerge con forza il problema legato alla lentezza del processo di transizione dai combustibili fossili (carbone, gas, petrolio) verso le fonti rinnovabili. Alcuni Paesi europei come il Portogallo, la Spagna e l’Olanda, hanno già agganciato da tempo il loro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Brunella Trifilio • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Al riaccendersi dei conflitti nei Paesi esportatori di petrolio e gas naturale, riemerge con forza il problema legato alla lentezza del processo di transizione dai combustibili fossili (carbone, gas, petrolio) verso le fonti rinnovabili. Alcuni Paesi europei come il Portogallo, la Spagna e l’Olanda, hanno già agganciato da tempo il loro modello di sviluppo al crescente impiego delle fonti rinnovabili, con il doppio beneficio della riduzione della loro “dipendenza energetica” e del rispetto dell’ambiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia non ha creduto abbastanza in questo virtuoso modello di sviluppo e ora, in un momento di crisi energetica come l’attuale, deve affrontarne in fretta le conseguenze economiche e sociali. L’ultima analisi dell’Agenzia nazionale per l’energia (ENEA), con riferimento al sistema energetico italiano nel 2025, è un esempio di quanto sia ancora marcata la distanza dagli obiettivi europei al 2030 per la transizione ecologica ed energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’evidenza che, interpretata nel contesto delle recenti tensioni geopolitiche, suscita non poche preoccupazioni. Soffermandosi sulle potenzialità energetiche da fonti pulite dell’Italia e, nel contempo, sulla lentezza del processo di transizione ecologica ed energetica, appare evidente una contraddizione inspiegabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La più chiara conseguenza di questa contraddizione è la forte dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili (70% del fabbisogno energetico) il cui costo, già di per sé rilevante, al riaccendersi delle tensioni belliche nei Paesi che vendono all’Italia questi combustibili, diventa poco sostenibile per imprese e cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dipendenza italiana dalle importazioni di petrolio e gas, porta con sé l’inevitabile conseguenza dell’eccessiva esposizione alla volatilità dei prezzi di queste materie prime sui mercati internazionali. Se il caso italiano è un esempio delle difficoltà non facilmente gestibili nel corso delle crisi energetiche improvvise (dato l’insufficiente contributo delle fonti rinnovabili alla produzione interna d’energia), altri Paesi europei più virtuosi nel processo di transizione confermano invece, nei fatti, la sua inevitabilità al fine di ridurre la dipendenza energetica e il rischio di forti aumenti dei costi dell’energia da combustibili fossili importati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le recenti osservazioni del Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sanchez &#8211; “… Sabato scorso noi abbiamo pagato 14 euro al MWh, l’Italia 100 …” – dimostrano quanto sia auspicabile ridurre la dipendenza energetica quando strettamente connessa all’eventuale gestione emergenziale delle forniture di combustibili fossili (difficile ricerca delle migliori condizioni di prezzo sui mercati internazionali durante le crisi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trasformare al più presto una “minaccia” energetica come quella recente in una grande “opportunità” di cambiamento verso l’autosufficienza energetica, non significa però riprendere in considerazione l’alternativa del nucleare. Se ammettiamo che quella ecologica sia la scelta energetica giusta, l’ipotesi del nucleare (come alternativa al carbone, petrolio e gas) decade automaticamente. Se è vera l’ipotesi che attraverso il nucleare non risolveremmo il problema dei costi, aggiungendo però i rischi legati alle centrali e alle scorie, chiudere l’argomento, una volta per tutte, è consequenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In proposito, per citare ancora una volta questo Paese europeo così geograficamente vicino all’Italia, è bene ricordare che la Spagna ha previsto un piano d’uscita dall’energia atomica con la progressiva chiusura delle attuali 7 centrali ancora attive, tra il 2027 e 2035. Ci sarà un motivo valido a supporto di questa scelta? Allora, se il motivo valido esiste, perché riaprire il dibattito sul nucleare in Italia quando si dispone di tante risorse pulite come altri Paesi più virtuosi nella transizione energetica? Le alternative per produrre energia pulita sono davvero tante; basterà saperle cogliere con efficacia ed efficienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non solo il sole e il vento consentono di produrre energia elettrica (solare ed eolica) con grande facilità. Dall’energia generata dal flusso di calore che scorre tra le rocce, dall’interno della Terra alla sua superfice, si può ricavare energia geotermica. Anche l’energia da biomassa, come gli scarti delle aziende zootecniche e forestali, potrebbe fare la differenza nel processo di avvicinamento all’autosufficienza energetica, grazie alla sua abbondanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riflettendo sulle criticità di un modello di sviluppo che costa molto caro all’ambiente e agli italiani rispetto ad altri cittadini europei (gli spagnoli sostengono in media un costo dal 30 al 40% in meno) e comprendendo le opportunità economiche e ambientali garantite dall’impiego delle fonti di energia rinnovabili, sapremo fare della transizione ecologica ed energetica la nostra nuova strada di sviluppo. Basta volerlo nei fatti, non solo sulla carta.</p>
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		<title>Giustizia è fatta?</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/06/10/giustizia-e-fatta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 07:05:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani •</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Mario Caspani •</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph">… e di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio<br>prima di genuflettermi nell’ora dell’addio<br>non conoscendo affatto la statura di Dio.<br>(Fabrizio De Andrè, Un giudice)</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"></p>
</blockquote>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">A risultato referendario acquisito, a bocce ferme, come suol dirsi, mi è tornata in mente questa canzone, di cui cito la strofa finale, del compianto Faber, tratta dall’album in cui traspose liberamente in musica alcune delle liriche della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters. Per chi non la ricorda si tratta di una caustica ballata contro un giudice affetto da nanismo che cerca e trova, finché in vita, un riscatto e una vendetta contro il suo status, esercitando in modo severo il proprio ufficio.<br>Non è casuale il riferimento religioso della chiusura, dato che il magistrato (in terra) e Dio (nell’aldilà, per chi ci crede) sono le uniche due entità cui compete giudicare uomini e donne al punto di poter togliere loro la libertà del corpo e dell’anima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La canzone rappresenta bene la diffusa sfiducia nell’ordine costituito da parte di un ambiente antagonista, soprattutto nel periodo post sessantottino, fino ai tempi di mani pulite, inizio anni 90 del secolo scorso. Dopo di che le iniziative a tappeto delle Procure, che determinarono la fine della cosiddetta prima repubblica, ebbero anche la conseguenza di garantire una pressoché totale fiducia dell’opinione pubblica nell’operato dei magistrati, si parla di un consenso che sfiorava il 90%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora pare che la fiducia sia ancora maggioritaria, ma stando all’esito referendario si attesta a poco più del 50% degli elettori (votanti). Un dato che dovrebbe far comunque pensare ai vincitori. Non ho mai scritto né postato nulla sui social su questo tema (il referendum sulla riforma della giustizia) prima di oggi, cioè a voto concluso, non mi piace fare il propagandista, soprattutto in tempi avvelenati come questi, dove al pacato ragionamento si preferiscono gli slogan infarciti più o meno da falsità, a sostegno dell’una o dell’altra opinione (e questo vale per ogni tematica di discussione).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma oggi ho la netta sensazione che l’esito di questa votazione non abbia nulla a che vedere con una attenta disamina delle ragioni pro e contro la riforma, ma sia stato determinato da una precisa scelta politica di votare “contro” a prescindere, da parte di uno schieramento eterogeneo di oppositori e/o scontenti che hanno pensato di far sentire la loro voce contraria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intendiamoci, nulla di scandaloso, la democrazia funziona così e, come chiosava Churchill, è la peggior forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però mi chiedo perché in nome della Costituzione la maggioranza degli elettori abbia votato contro la Costituzione stessa. Mi spiego: fin dal 1999 quando sotto l’allora governo D’Alema fu modificato l’articolo 111 della Costituzione inserendovi il fondamentale principio delle terzietà dei Giudici a garanzia di un equo processo, lo stesso articolo 111 mi pare in conflitto con l’articolo 104 dove, accanto all’inviolabile principio dell’indipendenza della magistratura, si stabilisce che la magistratura stessa sia un corpo unico (inquirente e giudicante), sotto il controllo dal Consiglio Superiore della Magistratura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come può esservi terzietà del Giudicante a tutela dell’inquisito quando l’inquisitore appartiene alla stessa “squadra” del Giudice? Sicuri che non vi sia condizionamento? Sicuri che le logiche elettorali riferite alla nomina dei componenti dell’unico CSM non influiscano nei comportamenti? Sicuri che la mancanza di un organismo esterno per valutare eventuali errori o sanzioni disciplinari sia una carenza da poco?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta a quest’ultimo quesito la fornisce un dato preciso: negli ultimi trent’anni circa 30.000 persone sono state private della libertà ingiustamente, 1.000 all’anno, si tratta mediamente di 3 casi al giorno circa, generando richieste risarcitorie per milioni e milioni di euro. A fronte di questi numeri eclatanti risulta che solo il 3% dei magistrati sottoposti a provvedimenti disciplinari sia stato sottoposto a una qualche forma di sanzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, tutto qua. Speravo che l’approvazione della riforma potesse in qualche modo migliorare la macchina della giustizia, partendo proprio dalla separazione delle carriere, argomento peraltro che sia nel lontano che nel recente passato è stato inserito nel programma del principale partito di opposizione, salvo poi smentirsi al momento del voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ho poi mai avuto paura che, in una democrazia matura come la nostra, qualsiasi tentativo di forzare la mano nel senso di sottoporre a controllo politico la magistratura post riforma si sarebbe scontrato con la sacrosanta opposizione dei competenti organi, a partire dalla Presidenza della Repubblica e dalla Corte Costituzionale. Chi pensa il contrario, a mio modesto parere, continua a fare propaganda politica fuori luogo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
</blockquote>
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		<title>Intelligenza Artificiale: troppe ombre, poche luci</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/06/10/intelligenza-artificiale-troppe-ombre-poche-luci/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Enzo Parentela]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:51:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Enzo Parentela • Negli ultimi decenni, lo sviluppo scientifico è stato particolarmente intenso e svariate innovazioni tecnologiche hanno letteralmente trasformato il nostro modo di vivere. Elencarle tutte sarebbe un esercizio lungo e noioso; è più opportuno soffermarsi solo su alcune di esse, quelle che oggi sono considerate ormai indispensabili. Il riferimento va in particolare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Enzo Parentela • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Negli ultimi decenni, lo sviluppo scientifico è stato particolarmente intenso e svariate innovazioni tecnologiche hanno letteralmente trasformato il nostro modo di vivere. Elencarle tutte sarebbe un esercizio lungo e noioso; è più opportuno soffermarsi solo su alcune di esse, quelle che oggi sono considerate ormai indispensabili. Il riferimento va in particolare ai collegamenti telematici, alla rete Internet e, soprattutto all’onnipresenza degli strumenti di comunicazione, i cosiddetti social. Una menzione particolare va poi allo smartphone, diventato così pervasivo e necessario che nessuno di noi può più farne a meno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal 2022 in poi, una nuova tecnologia ha iniziato a imporsi con forza sia nel lavoro che nelle abitudini di milioni di persone: l’intelligenza artificiale: Una specie di genio della lampada che, se non ha proprio lo scopo di soddisfare i desideri, è a nostra disposizione per rispondere a domande, suggerire soluzioni, scrivere testi, produrre immagini, programmare software e altro. La caratteristica dei sistemi di intelligenza artificiale è la loro semplicità d’uso. Non occorre essere degli specialisti o dei guru informatici, basta semplicemente inoltrare la richiesta compilando il modulo previsto, il cosiddetto “Prompt”. Per ottenere risultati soddisfacenti occorre che le richieste siano chiare, ben definite e strutturate in modo preciso. Niente di particolarmente complesso, anzi, un sistema davvero alla portata di tutti. Per mettere alla prova l’I.A. ho chiesto di preparare delle routine in un particolare linguaggio di programmazione e devo dire che il sistema ha evaso egregiamente la mia richiesta, restituendomi stringhe di codice perfettamente funzionanti. Trasferiamo questa possibilità nelle mani di un giovane informatico e capiremo quanto tempo e lavoro possa far risparmiare un simile sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da più parti, però, arrivano allarmi sui pericoli di un uso sempre più frequente dei sistemi di I.A. nelle attività umane. La preoccupazione fondamentale è che l’implementazione di questi strumenti porti alla perdita di posti di lavoro. Infatti, negli Stati Uniti, che, nel bene e nel male, sono spesso gli antesignani dei cambiamenti sociali, scientifici ed economici, iniziano a fioccare i licenziamenti: Meta, Amazon, UPS e altre aziende stanno già avviando tagli al personale, grazie, o forse sarebbe meglio dire a causa, dell’utilizzo sempre maggiore dell’I.A. Sembrerebbe che la riduzione dei posti di lavoro non dipenda tanto dalla necessità che i lavoratori vengano sostituiti dall’I.A., quanto piuttosto dalla necessità delle aziende di redistribuire delle risorse aziendali per investire in sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Proprio così: per avere sistemi performanti e, per così dire, “super intelligenti”, occorre investire ingenti risorse che vengono compensate con la riduzione del personale. A tutto ciò vanno aggiunti i costi di gestione. Se è vero che i vari ChatGPT, Claude, Copilot farebbero risparmiare sui costi di lavoro, per funzionare richiedono server potentissimi e data center ad altissimo consumo energetico. Per questo vengono definiti energivori, ossia grandi consumatori di energia, e in un periodo di instabilità energetica, come quello attuale, questo rappresenta un problema tutt’altro che trascurabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un’altra considerazione relativa all’impatto che l’IA potrebbe avere sulle nuove generazioni, vale a dire l’effetto che l’utilizzo costante di sistemi basati sull’intelligenza artificiale può avere sul loro sviluppo mentale e intellettivo. Sicuramente uno strumento che faccia i compiti scolastici, ricerche, traduzioni, produzione di immagini e quant’altro, può far risparmiare tempo, ma non allena il cervello a trovare da solo le soluzioni più adatte e così si rischia di indebolire la capacità di ragionamento autonomo. In uno studio citato dalla rivista Time, in un articolo del 13 novembre 2025, si fa riferimento a una ricerca condotta dai ricercatori del Media Lab del MIT, che mette in guardia sul fatto che ChatGPT potrebbe danneggiare le capacità di pensiero critico. “Lo studio ha diviso 54 soggetti, dai 18 ai 39 anni dell’area di Boston, in tre gruppi, chiedendo loro di scrivere diversi saggi utilizzando rispettivamente ChatGPT di OpenAI, il motore di ricerca di Google oppure nessun supporto. I ricercatori hanno utilizzato un EEG per registrare l’attività cerebrale degli scrittori in 32 regioni e hanno scoperto che, dei tre gruppi, gli utenti di ChatGPT avevano il più basso coinvolgimento cerebrale e risultavano coerentemente sottoperformanti a livelli neurali, linguistici e comportamentali”. Le implicazioni di un uso indiscriminato, della I.A. potrebbero quindi essere non solo di natura economica e sociale, ma anche sanitaria, se si ricorre in modo smodato a questi strumenti. Un’altra conseguenza, anch’essa importante, è che molti utenti si approcciano all’utilizzo di questi sistemi, senza considerare che le risposte sono generate da complessi algoritmi, che pescano in un oceano di dati per trovare la risposta più adatta alla richiesta, con tutti i rischi conseguenti, come ad esempio la violazione di copyright, ma ancora peggio quando ci si rivolge all’IA, per chiedere consigli nel campo medico sanitario. Sarebbe quindi ora che i nostri governi, non solo a livello nazionale ma soprattutto a livello internazionale, iniziassero a interrogarsi sui potenziali rischi che un impiego diffuso dell’I.A. potrà avere sul nostro futuro, riflettendo sull’opportunità di introdurre correttivi o anche limiti nell’uso indiscriminato dei sistemi di intelligenza artificiale. Considerando il continuo progresso scientifico della civiltà umana, sarebbe doveroso interrogarsi quali possono essere i limiti dell’intelligenza artificiale e fino a dove questa tecnologia potrà sostituire l’essere umano nelle sue molteplici attività. Già gli autori di romanzi di fantascienza ci hanno dato moltissimi esempi riguardo agli impieghi futuri dell’intelligenza artificiale, basta pensare ai replicanti di Blade Runner o al super computer “Hal 9000” del film 2001 Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, film ispirato ad un romanzo di Arthur C. Clarke.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la vera domanda che dovremmo porci, dovrebbe essere un’altra: “Siamo davvero disposti a delegare tutto alle macchine?”</p>
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		<title>In questo mondo di ladri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nino Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:37:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra guerre, rincari e silenzi assordanti, il prezzo più alto lo pagano sempre i cittadini di Nino Lentini • Una famosa canzone del famosissimo cantautore Antonello Venditti scritta quasi quarant’anni fa diceva: Eh, in questo mondo di ladri c’è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai. Noi, noi stiamo bene tra noi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.alpluraleonline.it/2026/03/25/in-questo-mondo-di-ladri/">In questo mondo di ladri</a> proviene da <a href="https://www.alpluraleonline.it">www.alpluraleonline.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Tra guerre, rincari e silenzi assordanti, il prezzo più alto lo pagano sempre i cittadini</h2>



<p class="wp-block-paragraph">di Nino Lentini • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Una famosa canzone del famosissimo cantautore Antonello Venditti scritta quasi quarant’anni fa diceva: Eh, in questo mondo di ladri c’è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai. Noi, noi stiamo bene tra noi e ci fidiamo di noi in questo mondo di ladri, in questo mondo di eroi…Non siamo molto importanti ma puoi venire con noi”. Che dire se non che aveva pienamente ragione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viviamo in un mondo in cui le ruberie, le grandi ruberie, sembrano ormai quasi legalizzate. Nessuno interviene davvero per cambiare uno stato di cose in cui approfittare delle situazioni è diventata, per alcuni, una vera e propria strategia. Ci si ingegna, si studia, ci si arrovella pur di trovare l’occasione giusta per infilare le mani nelle tasche della gente. Ogni evento — positivo o negativo — diventa un’opportunità per accumulare. Sempre di più. Sempre più in fretta. E quando si specula su un terremoto, su uno tsunami, su una catastrofe o su una guerra, allora non si tratta più di profitto: si tratta di bottino. Perché di bottino si parla quando il guadagno nasce dal dolore, dalla paura, dalla morte. Non si guarda in faccia a nessuno. Più la situazione è grave, più qualcuno si prepara a trarne vantaggio. Il rispetto scompare. L’etica evapora. Resta soltanto il calcolo. È di pochi giorni fa la notizia dello scoppio della guerra in Iran, attribuita all’intervento degli Stati Uniti e di Israele, con la motivazione — secondo quanto riportato dai media — di impedire un’espansione del programma nucleare iraniano. Ma al di là delle dinamiche geopolitiche, ciò che qui interessa sono le conseguenze economiche. Le guerre non producono soltanto distruzione: generano instabilità, alimentano speculazioni e innescano aumenti a catena. Greggio e gas sono i primi a risentirne, seguiti dai beni alimentari, dai prodotti di prima necessità, dal costo della vita nel suo complesso. Eppure c’è un dato che colpisce: molte petroliere già cariche risultano ferme per ragioni di sicurezza nelle acque del Golfo o oltre lo stretto di Hormuz. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’approvvigionamento attuale è legato a contratti stipulati a prezzi precedenti. In teoria, dunque, almeno nell’immediato non dovrebbe esserci alcun aumento. Invece, alle pompe, il prezzo di benzina e gasolio è salito di circa dieci centesimi al litro per il momento. Un rincaro improvviso, che pesa direttamente sulle famiglie e sulle imprese. Ci si chiede allora: come si può definire tutto questo? Opportunismo? Speculazione? </p>



<p class="wp-block-paragraph">Connivenza? Interessi personali? Forse un insieme di tutto ciò. Il punto non è soltanto economico. È morale. È la sensazione che, di fronte a dinamiche che incidono profondamente sulla vita quotidiana delle persone, il silenzio di chi dovrebbe vigilare e tutelare l’interesse collettivo diventi assordante. Un silenzio che disorienta, che allontana i cittadini dalle istituzioni e alimenta sfiducia. Non si tratta di accusare indistintamente tutti i politici. Esistono persone corrette e oneste, o almeno così si spera. Ma è innegabile che vi sia una parte della classe dirigente che, per interesse o convenienza, chiude gli occhi di fronte a meccanismi che penalizzano i più deboli. Così continuiamo a navigare in un mare agitato, sospinti dalle vele dell’ingiustizia, della protervia e dell’arroganza. E mentre si parla di mercati, equilibri internazionali e strategie energetiche, il peso reale ricade su chi lavora, su chi paga, su chi ogni giorno deve fare i conti con un potere d’acquisto che si assottiglia e che già adesso riscontra le notevoli difficoltà ad arrivare a fine mese, specialmente se a lavorare in famiglia è soltanto una persona. Forse aveva ragione chi cantava che viviamo “in questo mondo di ladri”… Un silenzio assordante che colpisce e smarrisce e ci fa pensare, sempre di più il tempo passa, che in questo mondo non siamo tutti uguali finché, come diceva sempre Venditti nella sua canzone, viviamo in un mondo pieno di ingiustificati debiti, viviamo negli scandali e disprezziamo i politici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza, oggi, la farà la capacità dei cittadini di non rassegnarsi, di pretendere trasparenza, responsabilità e rispetto dei diritti sanciti dalla nostra Carta Costituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero rischio non è soltanto l’aumento del prezzo del carburante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È l’assuefazione all’ingiustizia.</p>
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		<title>Il peso del diritto internazionale e delle organizzazioni mondiali per l’equilibrio nei rapporti tra gli stati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Trifilio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:17:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Brunella Trifilio • Il concetto di comunità internazionale, come insieme di Stati e loro associazioni costituite per raggiungere obiettivi politici, economici e sociali condivisi, possiede un contenuto valoriale non sempre percepito nella sua interezza. Eppure, il grande valore del senso di appartenenza alla comunità internazionale e del suo operato tangibile a beneficio dei popoli [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">di Brunella Trifilio • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Il concetto di comunità internazionale, come insieme di Stati e loro associazioni costituite per raggiungere obiettivi politici, economici e sociali condivisi, possiede un contenuto valoriale non sempre percepito nella sua interezza. Eppure, il grande valore del senso di appartenenza alla comunità internazionale e del suo operato tangibile a beneficio dei popoli è concretamente riscontrabile nel sostegno alla pace e alla democrazia che abbiamo voluto costruire insieme, dopo le tante divisioni che hanno preceduto il secondo conflitto mondiale. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Le organizzazioni internazionali, nate dall’esigenza di costruire insieme la pace duratura nella prosperità, hanno accompagnato uno sviluppo inclusivo mai circoscritto ai soli promotori, ma largamente esteso a tutti i cittadini del mondo, anche a quelli delle aree geografiche svantaggiate. Un impegno allo sviluppo allargato ed equilibrato tra popoli, anche molto diversi, progettato sul solido basamento del diritto internazionale, non solo sui grandi valori dell’umanità. Fondamento delle comunità internazionali è proprio il diritto internazionale, con l’insieme delle sue norme consuetudinarie (generali) e convenzionali (particolari) che aiutano i popoli a relazionarsi correttamente tra loro nonostante le differenze politiche, religiose, culturali, etniche. Nel parlare di comunità internazionale parliamo dunque di concretezza, di leggi, di azioni pubbliche per il bene comune, non solo di grandi ideali che ambiscono alla buona vita dei popoli. La Costituzione italiana, (attraverso l’articolo 10, comma 1 e l’articolo 87, comma 2) consente di adeguare il diritto italiano alle regole della comunità internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se i destinatari delle norme consuetudinarie sono tutti i membri della società internazionale, quelle convenzionali sono riconducibili a specifici trattati sottoscritti volontariamente dagli Stati. L’esempio più importante di norma consuetudinaria è quella che estende la sovranità degli Stati alle acque territoriali, al sottosuolo e all’atmosfera. Tra le più importanti norme convenzionali rientrano quelle dei trattati che danno vita alle organizzazioni internazionali. Basta soffermarsi sugli obiettivi principali della più importante organizzazione internazionale del nostro tempo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), per comprendere i vantaggi economici e sociali della cooperazione tra gli Stati. L’ONU viene fondata sulle macerie della seconda guerra mondiale, con l’adozione, da parte di 50 Stati del mondo, della Carta delle Nazioni Unite (trattato internazionale, alla base della sua nascita, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945). </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’organizzazione comprende oggi 193 Stati che hanno aderito alle sue condizioni: capacità di adempiere agli obblighi previsti dalla Carta dell’ONU ed essere “amanti della pace”. Già quest’ultimo punto basterebbe a farci riflettere sulla potenza dei suoi propositi, senza avere dubbi circa l’importanza e la necessità del suo ruolo. Ma negli obiettivi dell’ONU c’è molto di più di un semplice intento di pace: le sue competenze, il suo ruolo internazionale di primo piano e le funzioni dei suoi organi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le competenze, definite dalla Carta in termini generali, basti ricordare il rispetto dei diritti umani; il mantenimento della pace e della sicurezza tra le nazioni; l’amicizia e la collaborazione tra gli Stati membri; l’aiuto ai Paesi più poveri. L’ONU ha un ruolo mondiale di primo piano almeno in tre ambiti: come foro internazionale, nell’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli e nel supporto alla realizzazione di un progresso economico, sociale e culturale che punti a sanare il divario tra i Paesi del Sud e del Nord del mondo. Tra gli organi principali dell’ONU (Assemblea Generale, Consiglio di sicurezza, Segretariato, Consiglio economico e sociale e Corte internazionale di giustizia), alcuni di essi sono chiamati oggi a compiti molto delicati. Al Consiglio di sicurezza spetta l’importante compito di adottare i provvedimenti necessari al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale attraverso semplici raccomandazioni (non vincolanti) o risoluzioni (vincolanti per gli Stati destinatari).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se uno Stato viola la pace o minaccia di violarla, il Consiglio può agire concretamente con alcuni provvedimenti commisurati alla gravità della violazione: sanzioni economiche, blocco, rottura delle relazioni diplomatiche, impiego delle forze di pace (Caschi blu), azioni militari (misura estrema dopo il fallimento di ogni altro tentativo di pacificazione). Il Consiglio economico e sociale svolge il compito di promuovere la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo e la cooperazione umanitaria e culturale tra i popoli. Le agenzie specializzate, pur non facendo parte dell’ONU, offrono la loro collaborazione nell’affrontare problematiche particolari. Tra queste, l’UNESCO (in ambito “educazione”, “scienza” e “cultura”), la FAO (in ambito “alimentazione” e “agricoltura”) e il WHO (in ambito “sanità”). Temi quali la sicurezza alimentare, la fame nel mondo, il sostegno alla cultura, la protezione del patrimonio artistico, storico e naturale a livello mondiale, la cooperazione tra Stati nelle scienze non possono considerarsi di secondaria importanza per il mantenimento della concordia tra i popoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli “organi sussidiari”, creati dall’ONU per affrontare le problematiche di alcuni settori di sua competenza, integrano il progetto ambizioso di un’umanità capace di guardare al mondo intero come alla propria casa, a una grande opportunità invece che a una minaccia. L’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) è un organo sussidiario che svolge il delicato compito di protezione e sostegno nella ricerca di un Paese in cui ottenere asilo politico. L’UNICEF, lavora invece per garantire sostegno ai bambini soprattutto nell’istruzione, nella salute e nell’alimentazione. Nell’ambito di una visione internazionale del progresso sostenibile dell’umanità, come non ricordare la Risoluzione 70/1 del 2015 (Trasformare il nostro mondo: L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile) che ha dato vita, a partire dal 2016, a un modello di crescita esemplare capace di coniugare le esigenze economiche con quelle sociali e ambientali. L’impegno, per ogni Paese firmatario, è quello di raggiungere – entro il 2030 &#8211; 17 obiettivi di sviluppo sostenibile:</p>



<p class="wp-block-paragraph">1 &#8211; sconfiggere la povertà;<br>2 &#8211; sconfiggere la fame;<br>3 &#8211; salute e benessere;<br>4 &#8211; istruzione di qualità;<br>5 &#8211; parità di genere;<br>6 &#8211; acqua pulita e servizi igienico-sanitari;<br>7 &#8211; energia pulita e accessibile;<br>8 &#8211; lavoro dignitoso e crescita economica;<br>9 &#8211; imprese, innovazione e infrastrutture;<br>10 &#8211; ridurre le disuguaglianze;<br>11 &#8211; città e comunità sostenibili;<br>12 &#8211; consumo e produzione responsabili;<br>13 &#8211; lotta contro il cambiamento climatico;<br>14 &#8211; la vita sott’acqua;<br>15 &#8211; la vita sulla terra;<br>16 &#8211; pace, giustizia e istituzioni solide;<br>17 &#8211; partnership per gli obiettivi (collaborazione).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il “Preambolo” dell’Agenda descrive 5 macro aree, le famose Cinque P (Persone, Pianeta, Prosperità, Pace, Partnership), nelle quali s’inseriscono le azioni da mettere in campo per raggiungere i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Facile capire come non si tratti di semplici ideali (eventualmente non condivisibili), ma di obiettivi concreti raggiungibili con azioni pubbliche dettagliate per un futuro del pianeta irrinunciabile. Difficile capire invece se, ancora una volta, “la storia insegna, ma non ha scolari” (Antonio Gramsci).</p>
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		<title>La gloria e il prezzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:01:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Con febbraio abbiamo archiviato due settimane di intensa ubriacatura olimpico invernale, ricche di soddisfazioni di varia natura. Anzitutto per l’ottima riuscita dell’evento, filato via senza intoppi alla faccia di tutti i gufi e i signor no, sempre pronti a schierarsi contro ogni evento o grande lavoro, soprattutto per ragioni ideologiche. Quelli, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Con febbraio abbiamo archiviato due settimane di intensa ubriacatura olimpico invernale, ricche di soddisfazioni di varia natura. Anzitutto per l’ottima riuscita dell’evento, filato via senza intoppi alla faccia di tutti i gufi e i signor no, sempre pronti a schierarsi contro ogni evento o grande lavoro, soprattutto per ragioni ideologiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quelli, tanto per intenderci, che sono sempre e pregiudizialmente contro e mettono (o hanno messo) bastoni fra le ruote all’idea di organizzare le olimpiadi estive a Roma o, che so, al Mose di Venezia, o alla linea TAV tra Italia e Francia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bene, sta di fatto che per le Olimpiadi di Milano e Cortina anche a fronte di iniziali palesi perplessità e scetticismi da parte di certa stampa internazionale, pronta a cogliere ogni refolo polemico, la manifestazione si è conclusa con importanti riconoscimenti all’Italia per qualità dell’organizzazione a tutti i livelli, sportivo e logistico, con addirittura una standing ovation tributata al comitato organizzatore e al CONI da parte della riunione plenaria del CIO nella riunione conclusiva dell’evento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leggo poi che anche dal punto di vista economico le entrate hanno ben superato le spese e gli investimenti e anche nel comparto di ricezione turistica gli introiti sono stati più che soddisfacenti, con un tasso di occupazione di camere e alloggi spesso superiore al 90%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche dal punto di vista sportivo per i nostri colori è stato un discreto successo. Non dico eccezionale, come strombazzato a media unificati, perché se è vero che abbiamo ottenuto il record di medaglie vinte (30) rispetto a tutte le edizioni precedenti, occorre precisare che il vecchio record di 20 medaglie, ottenuto a Lillehammer nel 1994, fu conseguito a fronte di un totale di 61 discipline premiate, contro le 114 di quest’ultima edizione. Fate due calcoli e vedrete che in percentuale Lillehammer fu più prolifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sicuramente non per gli atleti andati a medaglia, parlo di quelli italiani. Il CONI, come sempre, è stato di manica larga decidendo di attribuire sostanziosi premi in denaro ai vincitori (mi auguro finanziati in gran parte da sponsor e non solo dallo Stato). Ho scritto “come sempre” perché nelle ultime edizioni olimpiche, estive e invernali, ci siamo distinti tra i vari comitati olimpici come quello tra i più generosi nel premiare i propri atleti, se non il più generoso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basti pensare che ad ogni medaglia d’oro sono andati ben 180mila euro, 90mila a ogni argento e 60mila ad ogni bronzo, premi esentasse (come da ultima legge di bilancio), cumulabili in caso di vittorie multiple e non divisibili per vittorie di squadra (cioè stessa cifra ad ogni componente). Viene da pensare che, per fortuna del bilancio CONI, non hanno vinto medaglie le squadre di hockey, altrimenti gli importi si sarebbero moltiplicati per 15 o più…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beh, non voglio passare per moralista a gettone, anche perché questi premi spesso sono andati ad atleti di discipline “povere” (pensate allo slittino, o al curling) che si sognano i guadagni astronomici di altri sport professionistici (e non parlo solo di calcio).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A far da contraltare a tanta generosità però mi ha dato da pensare il fatto che in nazioni dove gli sport invernali hanno un seguito ben più ampio del nostro (i Paesi scandinavi ad esempio), i gettoni premio o erano addirittura assenti (Norvegia e Svezia), o un decimo dei nostri (Danimarca e Finlandia). Gli stessi USA si sono mantenuti a circa un terzo dei nostri gettoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi viene in mente il “povero” Johannes Klaebo, fenomenale fondista norvegese vincitore di 6 ori su 6 competizioni affrontate) che da noi avrebbe preso la bellezza di 1 milione e 80mila euro, invece dovrà accontentarsi di arrotondare con le sponsorizzazioni a casa sua e la gloria perenne ottenuta grazie a una carriera straordinaria (11 ori in due olimpiadi e un tot di titoli mondiali). Insomma, la gloria ha un prezzo ma non per tutti è lo stesso…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre scrivo sono in corso i giochi paralimpici che, ovviamente, hanno meno impatto pur meritando attenzione e rispetto per tutti gli atleti impegnati (e premi, ridotti ma ci sono anche lì). C’è da sottolineare che purtroppo il rispetto, intendo la tregua olimpica bene o male ottemperata nelle precedenti settimane, non ha impedito l’esplosione di un nuovo fronte in medio oriente, o meglio, la riesplosione.<br>Dopo un Sanremo sonnacchioso e dimenticabile, soprattutto dal punto di vista musicale, siamo tornati subito a veder sparare (molto) e sperare (poco). La vita va avanti, speriamo pure poco, ma bene.</p>
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		<title>Generazioni</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/02/26/generazioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:16:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Di solito la domenica mattina, se non sono impegnato altrove, vado in centro a fare 4 passi per bere un caffè e comprare un giornale (o due). Che poi è lo stesso a cui sono abbonato online, ma non voglio privarmi del piacere di toccare la carta, annusarla, sfogliarla, almeno una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Di solito la domenica mattina, se non sono impegnato altrove, vado in centro a fare 4 passi per bere un caffè e comprare un giornale (o due). Che poi è lo stesso a cui sono abbonato online, ma non voglio privarmi del piacere di toccare la carta, annusarla, sfogliarla, almeno una volta a settimana. Senza dimenticare che un po’ di scorta cartacea in casa non fa mai male per scopi diversi, che so, imballaggio, copertura mobili, piccoli lavoretti…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Punto primo: in questi ultimi anni sta diventando sempre più difficile trovare edicole, pare che nell’ultimo decennio a livello nazionale siano diminuite da oltre 16.000 a poco più di 13.000 e la tendenza è in peggioramento. Riflette, in fin dei conti, la drastica riduzione di vendite di quotidiani e riviste. Solo i quotidiani sempre nell’ultimo decennio, pare siano scesi da 2,6 milioni di copie a 1,3 milioni, giusto la metà e, anche qui, con previsioni tutt’altro che rosee per il futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Punto secondo: come già scrivevo pochi mesi fa, farebbero bene gli editori e i giornalisti a recitare un bel mea culpa per questa crescente disaffezione dei lettori, sempre meno propensi a farsi buggerare da “narrazioni” che spesso poco hanno a che fare con un’onesta presentazione dei fatti ma, al contrario, mirano sempre ad avvalorare tesi precostituite in base all’orientamento politico delle testate in cui vengono pubblicati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta ci si vantava, almeno i migliori, di tenere i fatti divisi dalle opinioni (c’era la cronaca e c’erano i commenti), sempre più spesso invece la scelta delle notizie e il loro “confezionamento” editoriale tradisce la volontà di instillare nel lettore un giudizio già bello e pronto, quindi un pregiudizio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Editori puri ne sono rimasti pochissimi, la maggior parte è legata a lobbies di potere finanziario o industriale che usano l’informazione per i loro scopi in modo più o meno trasparente, senza dimenticare la necessità di garantirsi una sostanziosa raccolta pubblicitaria in mancanza della quale le sole vendite non basterebbero a garantire un equilibrio di bilancio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’esempio più eclatante è recentissimo, con la dismissione degli asset editoriali di Gedi da parte degli eredi Agnelli. Per qualche anno la proprietà di due (ex) corazzate dell’informazione come Repubblica e La Stampa ha garantito la copertura mediatica (e sindacale) a tutta una serie di operazioni di smantellamento delle attività industriali italiane dell’ex galassia Fiat, ora a danno compiuto, con buona pace dei pensosi e sconcertati editorialisti, adagiati in amache o poltroncine da scrivania, la copertura mediatica non serve più e il giocattolo può essere rotto (venduto) senza troppi danni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando alle mie domeniche, noto che il giornale non spunta più dalle tasche dei cappotti di quasi nessuno, mentre solo pochi anni fa era merce ancora diffusa e non era raro trovare capannelli di persone che commentavano questa o quella notizia leggendo un articolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo c’è un evidente gap generazionale: quelli come me, definiti dai sociologi “baby boomers” (ora si dice solo “boomers” e quasi sempre in senso ironico se non dispregiativo, ché “baby” non lo siamo più da un pezzo), intendo i nati all’epoca del boom economico tra gli anni ‘50 e ‘65 del secolo scorso, per ragioni anagrafiche stanno diventando minoranza e pesano sempre meno nelle scelte di mercato di chi deve a tutti costi pensare a far crescere il fatturato, quando addirittura non pesano di più sui costi sociali di welfare per pensioni e assistenza medica e, di conseguenza, cominciano ad essere mal sopportati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La generazione successiva, battezzata Gen X (1965-1980) è stata una generazione di passaggio in attesa della rivoluzione informatica che ha investito i Millennials (1981-1996), per non parlare della successiva generazione, la famosa Gen Z (1997-2012) cioè i nati e cresciuti a inizio nuovo millennio, ragazzi e ragazze investiti in pieno e in tenera età dalla rivoluzione digitale internettiana e “condannati” ad una vita iperconnessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con effetti ancora più evidenti sull’ultimissima Gen Alpha (nati dal 2013 ad oggi) che si avvia ad essere quella dell’intelligenza artificiale, in aggiunta a tutte le spinte tecnologiche e informatiche degli anni precedenti.<br>Insomma, che volete gliene freghi ai nati degli ultimi 25/30 anni di leggere lenzuolate pensose di pseudo intellettuali engagé, articolesse di più pagine scritte in piccolo e su carta, quando l’abitudine ormai diffusa è diventata il like o il dislike a commenti di poche righe arraffati da questo o quel social, la risata crassa e inutile per la clip di Tiktok, la foto con battuta di Instagram, ecc.?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La realtà è che ormai c’è una diffusissima disabitudine a leggere e approfondire alcunché, men che meno saggistica o narrativa di un certo impegno, credo che i lettori di libri siano ormai da considerare alla stregua di piccole riserve indiane, coltivatori di idee che potrebbero essere paragonati ai coltivatori e consumatori di cannabis, ognuno con le rispettive necessità di evasione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mi avventuro di sicuro in giudizi di merito, né in considerazioni quali “eh, una volta sì che si stava bene…” che lasciano il tempo che trovano. Mi limito sommessamente a dire che sono felice di aver potuto sperimentare le diverse esperienze conoscitive caratteristiche di ciascuna delle generazioni di cui ho detto e mi tengo il mio parere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo di che andrò a finire il libro (cartaceo) che sto leggendo.</p>
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		<title>L’armonia sociale non è un dato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Brunella Trifilio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:11:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La concordia si costruisce nel tempo, tra memoria del passato e conoscenza del presente, con costanza e dedizione istituzionale di Brunella Trifilio • Le guerre, i conflitti etnici, i dissidi interpersonali fanno parte della storia dei popoli che ignorano o dimenticano il valore della concordia. Ignorare o dimenticare tale valore non è poi così difficile [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">La concordia si costruisce nel tempo, tra memoria del passato e conoscenza del presente, con costanza e dedizione istituzionale</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">di Brunella Trifilio • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Le guerre, i conflitti etnici, i dissidi interpersonali fanno parte della storia dei popoli che ignorano o dimenticano il valore della concordia. Ignorare o dimenticare tale valore non è poi così difficile quando, tra le priorità dei popoli, il sostegno alla cultura e la difesa della memoria passano in secondo piano. Immanuel Kant sosteneva che “lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni accanto agli altri, non è certo uno stato di natura (status naturalis), il quale è invece uno stato di guerra, nel senso che, sebbene non vi siano ostilità continuamente aperte, ve n’è tuttavia sempre la minaccia.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se è vero che il pericolo dello scontro (in ogni ambito, tempo e latitudine) è sempre in agguato, la dedizione istituzionale alla costruzione della concordia (in ogni ambito, tempo e latitudine) è più che scontata, se ciò per cui si governa non è altro che il bene del popolo. Le atrocità del secondo conflitto mondiale avevano insegnato ai popoli l’importanza della memoria (per non replicare gli errori già commessi), come dell’educazione all’agire civile per costruire solide democrazie. Una lezione della storia che ha tracciato, dentro e fuori i confini degli Stati, un percorso di grande impegno istituzionale verso la memoria, la cultura (come pilastro della consapevolezza) e la cittadinanza globale. Un impegno istituzionale ripagato con lunghi periodi di pace e prosperità economica lì dove (come in Europa) tanti valori condivisi hanno unito popoli diversi un tempo nemici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se è vero che la consapevolezza del passato, del presente e dei grandi valori dell’umanità (solidarietà, inclusione, libertà d’espressione…) ha favorito la costruzione dell’armonia sociale in vaste aree del mondo, la conflittualità di tante altre si spiegherebbe con una certa défaillance della memoria e della cognizione del proprio presente. E proprio sul fronte della conoscenza si apre un’altra questione importante. Il decadimento culturale di un popolo, in un contesto economico poco appagante, rappresenta infatti un problema in più. Il tentativo maldestro d’analizzare i problemi sociali (povertà, disoccupazione, difficile accesso alle cure mediche o al welfare pubblico…), senza possedere gli strumenti culturali che ne permettano una corretta interpretazione, può condurre il popolo decisamente fuori strada. Così, ad esempio, per effetto di un ragionamento errato, una data condizione di disagio economico e sociale può suscitare diffidenza nei confronti di chiunque si ritenga, senza valide ragioni, responsabile della situazione. Una diffidenza ingiustificata dal volto sempre nuovo. Diffidenza verso l’immigrato che si crede responsabile di una disoccupazione interna della quale invece si ignorano le reali cause. Diffidenza verso il personale sanitario (per lo stress legato alle lunghe liste d’attesa nelle strutture ospedaliere), quando non si è capaci di soffermarsi invece sulle reali problematiche della sanità pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Diffidenza verso uno Stato più o meno confinante, quando ci si convince che una situazione di crisi interna sia da ricercare oltre i propri confini nazionali, invece che negli eventuali errori della politica economica e sociale del proprio Paese. Dalla diffidenza alla discordia poi, il passo è breve. Come se non fossero già troppi i conflitti del mondo, la battaglia ideologica locale a questi nemici immaginari, “figli” di un’errata interpretazione del proprio presente, accentua quella disarmonia latente che gravita attorno alle persone, alle comunità, ai Paesi quando hanno già perso la memoria del loro passato più buio. Fatte queste premesse, si comprende come le alternative del popolo siano almeno due, con le relative conseguenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Scegliendo l’alternativa della povertà culturale e della chiusura, si corre il rischio di affidarsi poco alla ragione e molto all’istinto (la cosiddetta legge della giungla) e dunque a una conflittualità sociale via via crescente all’aumentare delle problematiche irrisolte e della globalizzazione. Scegliendo la strada della consapevolezza e della condivisione dei più alti valori della vita (solidarietà, rispetto, inclusione…), si costruiscono comunità civili guidate dalla ragione e rispettose delle leggi scritte nelle democrazie. In queste comunità democratiche, l’educazione al rispetto di ogni persona, a prescindere dalle differenze (etniche, religiose, sociali, economiche…) accompagna l’intera vita dei cittadini, nella convinzione comune che nessun tipo di predominio possa supportare la serenità individuale. La complessità di questo secondo percorso è più che scontata, ma necessaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si crede nel potere trasformativo dell’educazione dei popoli per la costruzione della concordia, bisogna pensarci dunque per tempo e in una dimensione geograficamente allargata; perché diventare buoni cittadini di un mondo sempre più interconnesso è un processo lungo, articolato, accidentato. Quando diventano necessarie la coercizione e la guerra per ristabilire l’ordine sociale, l’uomo ha nuovamente fallito la sua esistenza e i governanti la loro prova essenziale, quella di assicurare la buona vita dei popoli per mezzo di quella serenità duratura che sostiene le democrazie.</p>
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		<title>Contraddizioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 14:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Che la vita ne sia piena, di contraddizioni, è un dato di fatto, a partire dall’auspicio che si ripete ad ogni capodanno “anno nuovo, vita nuova” per poi accorgersi che in fondo nulla cambia, restano solo i buoni propositi che spesso durano solo lo spazio di una brinata mattutina. La cronaca [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">Che la vita ne sia piena, di contraddizioni, è un dato di fatto, a partire dall’auspicio che si ripete ad ogni capodanno “anno nuovo, vita nuova” per poi accorgersi che in fondo nulla cambia, restano solo i buoni propositi che spesso durano solo lo spazio di una brinata mattutina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cronaca di questi primi caotici giorni dell’anno ce ne ha dato numerose e a volte eclatanti prove in diverse situazioni. Che dire, ad esempio, della levata di scudi contro le mire statunitensi sulla Groenlandia? Si può essere d’accordo o meno sui toni, modalità e contenuti delle pretese trumpiane, ma fa sorridere vedere leader di varie nazioni appellarsi al sempre più fantomatico “diritto internazionale” per difendere che cosa? Un possesso coloniale, che dura ormai da 3 secoli, da parte di una piccola nazione su una popolazione di poco più di 50 mila anime sperdute tra i ghiacci di quella che mille anni fa venne battezzata “terra verde” (a tal proposito, chi dice che il riscaldamento globale sia questione dei giorni nostri e colpa dell’umana attività dovrebbe farci una piccola riflessione…). Insomma, per anni ci hanno riempito la testa di sensi di colpa perché noi, occidentali, europei, civilizzati, abbiamo bellamente sfruttato paesi arretrati, il colonialismo è costantemente additato come una delle peggiori nefandezze umane e ora che succede? Facciamo retromarcia e difendiamo lo status quo perché il ciuffo biondo amerikano ha delle pretese? Boh.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La voce contraria che più mi ha stupito e divertito è stata quella del presidente francese, sempre pronto e “volenteroso” (potevano lui e Starmer inventarsi un termine meno ridicolo), che sembra abbia affermato tutto il suo sdegno per questa forma di neo colonialismo. Detto da lui??? Cioè dal presidente di quella nazione che detiene il record di fusi orari al mondo grazie ai possedimenti d’oltremare, o che impone ancor oggi una rigida forma di colonialismo economico a molti paesi africani costringendoli all’utilizzo del franco coloniale (cambio fisso parità con l’euro) quale moneta ufficiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Seguo con apprensione l’evolversi dei fatti in Iran. Il regime teocratico, in piena crisi economica e politica, sta reagendo con grande violenza alle proteste popolari che sconvolgono tutte le principali città, si parla di migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. Seguo con altrettanto stupore la completa mancanza di solidarietà verso quella popolazione da parte dei nostrani professionisti della protesta, sempre pronti a incendiare le piazze, sfasciare vetrine e mandare forze dell’ordine all’ospedale per ogni causa “giusta”. Non ho visto una scuola, un’aula universitaria “okkupata” per protesta/solidarietà. Non ho visto una femminista, che sia una, lamentarsi per la negazione di ogni diritto alle donne iraniane, incarcerate e a volte uccise solo per aver messo il velo in modo sbagliato. Quel velo che una nota politica italiana, in visita alcuni anni fa a Teheran in veste di commissario europeo, sfoggiava compiaciuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ho sentito una sillaba profferita dell’ex eco fanatica svedese, riciclatasi ora pro-pal. Intendiamoci, giusto denunciare gli eccessi sanguinosi compiuti da Israele sul popolo di Gaza (spesso ostaggio di Hamas), ma secondo recenti studi esistono al mondo in questo momento 52 conflitti armati, con ammazzamenti e stragi di civili, non solo truppe militari. La domanda è, perché ci si mobilita all’infinito solo per uno di questi? Perché, ad esempio, non si parla anche, se non in “brevi di cronaca” dei quotidiani rapimenti, stupri, ammazzamenti perpetrati ai danni delle popolazioni cristiane in Africa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche domanda me la faccio a volte anche sul comportamento del fu più grande sindacato italiano. Ho scritto “fu” perché se è vero che l’ultimo sciopero generale proclamato ha avuto adesioni inferiori al 10%, beh, qualche domanda me la farei, così come mi chiederei che senso ha inseguire a colpi di massimalismi politici le posizioni delle USB rompendo l’unità con le altre sigle storiche, ma vabbè, ognuno ha la sua fede politica.<br>Suona però stonato il fatto che non sia stato fatto nemmeno uno sciopero in questi anni per combattere lo smantellamento del fu (anche qui “fu”…) più grande gruppo industriale automobilistico (e dell’indotto) italiano, mentre ogni motivazione di natura politica risulti buona per mobilitare le piazze. Ultimo caso eclatante l’appoggio al regime di Maduro con la tragicomica affermazione che mentre noi in Italia viviamo (neanche il condizionale è stato usato) in un regime autoritario, il caudillo venezuelano era stato democraticamente eletto! (ovviamente senza la doverosa precisazione che i brogli furono così evidenti che pochissimi paesi hanno riconosciuto il regime, tanto che la principale oppositrice si è vista assegnare il Nobel per la pace).<br>Non sono un esperto di geopolitica, anzi, non lo sono di nulla, mi limito a farmi domande che spesso non trovano risposte nemmeno con la buona volontà di documentarsi, tante sono le opinioni in materia, quasi sempre condizionate dalla visione politica di chi le espone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi limito a rilevare che, per tanti, troppi argomenti, parafrasando Mogol e Battisti, si potrebbe canticchiare “tu chiamale, se vuoi, contraddizioni…”.</p>
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		<title>Globalizzazione e IA (due facce della stessa medaglia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nino Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 14:21:53 +0000</pubDate>
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<p class="wp-block-paragraph">di Nino Lentini • </p>



<p class="has-drop-cap wp-block-paragraph">È passato ormai qualche anno da quando ho espresso il mio pensiero su ciò che stava avvenendo nella società civile, e cioè la trasformazione delle nostre società in un mondo sempre più globalizzato. Non ho mancato di esprimere le mie perplessità su quanto stava accadendo, non perché sia contro lo sviluppo e le trasformazioni, ma perché, se affrontate guardando solo da un lato, si rischia di dimenticare alcuni valori importanti come il rispetto, il lavoro e le persone, intese come esseri viventi che meritano dignità e non come macchine da buttare quando si pensa non servano più. Attraverso la globalizzazione, è vero, sono avvenuti processi che hanno permesso ai Paesi, alle culture e alle società di essere sempre più interconnessi e interdipendenti a livello mondiale, favorendo la crescita economica, l’accesso a nuovi mercati, la diffusione delle tecnologie e una maggiore varietà di beni e servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’altra parte, però, sono aumentate le disuguaglianze e le pressioni sul lavoro. A causa della possibilità per le imprese di spostare la produzione e i servizi in Paesi dove i costi sono più bassi, i salari hanno subito blocchi e, in alcuni casi, vere e proprie diminuzioni. Si è così creato un mercato del lavoro globale in cui i lavoratori competono tra loro su scala mondiale. Il fatto che molte imprese possano delocalizzare le proprie attività in Paesi dove i salari sono notevolmente più bassi ha portato alla perdita di posti di lavoro nei Paesi sviluppati, all’aumento dei contratti temporanei e poco tutelati e, di conseguenza, a una crescente pressione sui diritti dei lavoratori. Tutto ciò ha reso il lavoro più flessibile, ma anche meno stabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei principali problemi del mondo globalizzato è che i diritti dei lavoratori non sono globalizzati quanto i mercati. Le leggi sul lavoro restano nazionali, mentre le imprese operano a livello internazionale, creando squilibri e difficoltà nel garantire condizioni eque. In conclusione, la globalizzazione, se da una parte offre opportunità di crescita e innovazione, dall’altra aumenta incertezze, disuguaglianze e competizione. La vera sfida è governarla, perché ancora oggi si continua a globalizzare senza rafforzare adeguatamente le tutele, investire in formazione e promuovere un lavoro dignitoso su scala globale. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, anche qui è necessario porre molta attenzione e non lasciarsi fagocitare, in modo assolutamente errato, diventando esseri inutili, cosa che assolutamente non siamo. È un ambito complesso e potenzialmente pericoloso se non si riesce a indirizzarlo nella giusta direzione. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero che l’intelligenza artificiale, basata su algoritmi e grandi quantità di dati, permette di aumentare l’efficienza e la produttività, ridurre gli errori umani, supportare decisioni complesse e favorire innovazioni straordinarie nel campo della sanità, della scienza e dell’ambiente. Tuttavia, è altrettanto vero che, se non gestita nel modo giusto, può provocare la perdita di posti di lavoro, creare dipendenza dalla tecnologia e sollevare seri problemi legati alla privacy e all’uso dei dati. Con l’intelligenza artificiale cambia il modo di lavorare: si automatizzano mansioni ripetitive o di routine, si supportano decisioni complesse e si favoriscono il lavoro da remoto e l’uso di piattaforme avanzate. Tutto ciò comporta una maggiore produttività, ma anche il rischio concreto della perdita di posti di lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’impatto dell’intelligenza artificiale sulla globalizzazione del lavoro è significativo. Essa permette alle aziende di delocalizzare alcune attività dove le competenze sono più specializzate, facilita la gestione delle catene di produzione internazionali e migliora il coordinamento e la velocità dei processi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le sfide e i rischi sono legati alle disuguaglianze che possono crearsi: chi possiede competenze avanzate ne trarrà beneficio, mentre chi non le ha rischia di restare indietro. L’intelligenza artificiale, infatti, non sostituisce solo lavori manuali, ma anche professionali e intellettuali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La chiave di tutto resta, sempre e comunque, la formazione continua. Globalizzazione e intelligenza artificiale hanno un elemento fondamentale in comune: l’uomo deve restare il fulcro di ogni questione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sfida, in ogni caso e in ogni situazione, è saper utilizzare ciò che accade nel mondo in modo responsabile, garantendo che tutto sia al servizio dell’uomo e non il contrario.</p>
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