di Adriana Lamanna •
Oggi dichiararsi apartitici è sempre più difficile. Nella maggior parte dei casi si finisce, almeno, per simpatizzare con una parte politica. Eppure esistono vicende nelle quali politica e appartenenza dovrebbero restare fuori dal giudizio. In questi casi bisognerebbe ragionare con lucidità, attenendosi al rigoroso rispetto delle leggi, ma senza rinunciare a valutare il contesto umano.Un tempo si diceva che si avesse pietà di chi rubava una mela per fame. Oggi, invece, sembra che si punisca con severità chi commette reati minori, mentre spesso i delinquenti abituali danno l’impressione di sfuggire a una giustizia altrettanto efficace. È davvero così? Le leggi vengono applicate in modo uniforme oppure, talvolta, alcune vicende assumono una rilevanza mediatica e politica che finisce per influenzare il dibattito pubblico?
Basti pensare al caso della cosiddetta “casa nel bosco”. Per settimane televisioni e giornali ne hanno parlato quotidianamente, più volte al giorno, quasi trasformandolo in un fenomeno nazionale. Eppure sappiamo bene che situazioni analoghe esistono a migliaia in tutta Italia. Ci siamo mai fermati a riflettere autonomamente, senza limitarci ad assorbire opinioni, slogan e interpretazioni di esperti e commentatori? Abbiamo provato a giudicare con la nostra testa e con la nostra coscienza?
Oggi i media tornano a parlare della sentenza che riguarda il gioielliere Mario Roggero. È giusto che l’informazione aggiorni i cittadini, ma prima che il dibattito venga nuovamente polarizzato dalla politica e dall’informazione, forse sarebbe opportuno fermarsi a riflettere. Le prime domande dovrebbero essere semplici: dove ha sbagliato? Cosa avrebbe dovuto fare diversamente? Quali attenuanti gli sono state riconosciute?
Non occorre consultare il casellario giudiziale per comprendere il contesto in cui è maturata quella tragedia. È noto che Roggero aveva già subito diverse rapine senza reagire, affidandosi ogni volta alla giustizia. Ma quale giustizia ha realmente ottenuto? Gli è stato restituito ciò che gli era stato sottratto? I responsabili sono stati assicurati alla giustizia? Le pene hanno restituito serenità a lui e alla sua famiglia?
Queste domande non significano sostenere che una persona debba farsi giustizia da sola. Nessuno Stato di diritto può accettare questo principio. Tuttavia è legittimo interrogarsi sullo stato d’animo di chi, dopo aver subito ripetute aggressioni, si ritrova ancora una volta con una pistola puntata alla sua tempia, ed a quello della figlia, mentre la moglie viene minacciata con un coltello.
È davvero possibile pensare che, in quei momenti, una persona riesca a mantenere piena lucidità? Chiunque abbia vissuto un forte trauma sa che paura, rabbia e istinto possono prendere il sopravvento. È un meccanismo umano. Se un cane mi morde, istintivamente reagisco per allontanarlo. Anche se amo gli animali, la paura e l›istinto prevalgono sulla razionalità. Solo dopo, a mente fredda, si torna a riflettere. Non è forse ciò che può accadere anche a una persona sottoposta a una violenza estrema?
Per questo motivo viene spontaneo chiedersi se, oltre al rigoroso rispetto della legge, non debbano essere valutate con maggiore attenzione anche le attenuanti legate allo stato emotivo del momento.
Le leggi devono essere rispettate da tutti e applicate con imparzialità.
Ma proprio perché devono valere per tutti, il cittadino ha il diritto di chiedersi se vengano sempre applicate con lo stesso rigore oppure se alcune sentenze assumano un valore simbolico, diventando un messaggio rivolto all’opinione pubblica. La decisione sul caso Roggero ha diviso profondamente il Paese. Se il giudizio fosse stato percepito come un equilibrio tra la rigorosa applicazione della legge e la valutazione delle circostanze concrete, probabilmente avrebbe suscitato un dibattito meno acceso.
Un altro aspetto che ha alimentato le polemiche riguarda il risarcimento dei danni ai familiari di uno dei rapinatori uccisi. L’articolo 185 del Codice Penale stabilisce che ogni reato che abbia provocato un danno patrimoniale o non patrimoniale comporta l’obbligo del risarcimento. Si tratta di un principio giuridico consolidato. Tuttavia molti cittadini si interrogano sull’impatto che tale norma produce quando il danno riguarda persone che stavano commettendo una rapina. È proprio questo il punto sul quale si concentra gran parte del dibattito pubblico. Ricordo, infine, un episodio significativo. Alcuni ladri rubarono una moto da fuoristrada. Quando furono contattati per la restituzione, chiesero una somma molto elevata, giustificandola con una dettagliata spiegazione dei “costi” sostenuti per il furto: il lavoro di tre persone, il noleggio del motocarro per il trasporto e altre spese organizzative. Un aneddoto che può far sorridere per l’assurdità della situazione, ma che invita anche a una riflessione più ampia sul senso della giustizia e sulla percezione che molti cittadini hanno del sistema giudiziario.
Ognuno tragga le proprie conclusioni, senza lasciarsi guidare esclusivamente dall’emotività, dalla propaganda politica o dalla pressione mediatica.










