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	<title>Mario Caspani, Autore presso www.alpluraleonline.it</title>
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	<description>Periodico Mensile Al Plurale &#124; UNISIN</description>
	<lastBuildDate>Wed, 25 Mar 2026 09:02:01 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Mario Caspani, Autore presso www.alpluraleonline.it</title>
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		<title>La gloria e il prezzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 09:01:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Con febbraio abbiamo archiviato due settimane di intensa ubriacatura olimpico invernale, ricche di soddisfazioni di varia natura. Anzitutto per l’ottima riuscita dell’evento, filato via senza intoppi alla faccia di tutti i gufi e i signor no, sempre pronti a schierarsi contro ogni evento o grande lavoro, soprattutto per ragioni ideologiche. Quelli, [&#8230;]</p>
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<p>di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">Con febbraio abbiamo archiviato due settimane di intensa ubriacatura olimpico invernale, ricche di soddisfazioni di varia natura. Anzitutto per l’ottima riuscita dell’evento, filato via senza intoppi alla faccia di tutti i gufi e i signor no, sempre pronti a schierarsi contro ogni evento o grande lavoro, soprattutto per ragioni ideologiche.</p>



<p>Quelli, tanto per intenderci, che sono sempre e pregiudizialmente contro e mettono (o hanno messo) bastoni fra le ruote all’idea di organizzare le olimpiadi estive a Roma o, che so, al Mose di Venezia, o alla linea TAV tra Italia e Francia.</p>



<p>Bene, sta di fatto che per le Olimpiadi di Milano e Cortina anche a fronte di iniziali palesi perplessità e scetticismi da parte di certa stampa internazionale, pronta a cogliere ogni refolo polemico, la manifestazione si è conclusa con importanti riconoscimenti all’Italia per qualità dell’organizzazione a tutti i livelli, sportivo e logistico, con addirittura una standing ovation tributata al comitato organizzatore e al CONI da parte della riunione plenaria del CIO nella riunione conclusiva dell’evento.</p>



<p>Leggo poi che anche dal punto di vista economico le entrate hanno ben superato le spese e gli investimenti e anche nel comparto di ricezione turistica gli introiti sono stati più che soddisfacenti, con un tasso di occupazione di camere e alloggi spesso superiore al 90%.</p>



<p>Anche dal punto di vista sportivo per i nostri colori è stato un discreto successo. Non dico eccezionale, come strombazzato a media unificati, perché se è vero che abbiamo ottenuto il record di medaglie vinte (30) rispetto a tutte le edizioni precedenti, occorre precisare che il vecchio record di 20 medaglie, ottenuto a Lillehammer nel 1994, fu conseguito a fronte di un totale di 61 discipline premiate, contro le 114 di quest’ultima edizione. Fate due calcoli e vedrete che in percentuale Lillehammer fu più prolifica.</p>



<p>Sicuramente non per gli atleti andati a medaglia, parlo di quelli italiani. Il CONI, come sempre, è stato di manica larga decidendo di attribuire sostanziosi premi in denaro ai vincitori (mi auguro finanziati in gran parte da sponsor e non solo dallo Stato). Ho scritto “come sempre” perché nelle ultime edizioni olimpiche, estive e invernali, ci siamo distinti tra i vari comitati olimpici come quello tra i più generosi nel premiare i propri atleti, se non il più generoso.</p>



<p>Basti pensare che ad ogni medaglia d’oro sono andati ben 180mila euro, 90mila a ogni argento e 60mila ad ogni bronzo, premi esentasse (come da ultima legge di bilancio), cumulabili in caso di vittorie multiple e non divisibili per vittorie di squadra (cioè stessa cifra ad ogni componente). Viene da pensare che, per fortuna del bilancio CONI, non hanno vinto medaglie le squadre di hockey, altrimenti gli importi si sarebbero moltiplicati per 15 o più…</p>



<p>Beh, non voglio passare per moralista a gettone, anche perché questi premi spesso sono andati ad atleti di discipline “povere” (pensate allo slittino, o al curling) che si sognano i guadagni astronomici di altri sport professionistici (e non parlo solo di calcio).</p>



<p>A far da contraltare a tanta generosità però mi ha dato da pensare il fatto che in nazioni dove gli sport invernali hanno un seguito ben più ampio del nostro (i Paesi scandinavi ad esempio), i gettoni premio o erano addirittura assenti (Norvegia e Svezia), o un decimo dei nostri (Danimarca e Finlandia). Gli stessi USA si sono mantenuti a circa un terzo dei nostri gettoni.</p>



<p>Mi viene in mente il “povero” Johannes Klaebo, fenomenale fondista norvegese vincitore di 6 ori su 6 competizioni affrontate) che da noi avrebbe preso la bellezza di 1 milione e 80mila euro, invece dovrà accontentarsi di arrotondare con le sponsorizzazioni a casa sua e la gloria perenne ottenuta grazie a una carriera straordinaria (11 ori in due olimpiadi e un tot di titoli mondiali). Insomma, la gloria ha un prezzo ma non per tutti è lo stesso…</p>



<p>Mentre scrivo sono in corso i giochi paralimpici che, ovviamente, hanno meno impatto pur meritando attenzione e rispetto per tutti gli atleti impegnati (e premi, ridotti ma ci sono anche lì). C’è da sottolineare che purtroppo il rispetto, intendo la tregua olimpica bene o male ottemperata nelle precedenti settimane, non ha impedito l’esplosione di un nuovo fronte in medio oriente, o meglio, la riesplosione.<br>Dopo un Sanremo sonnacchioso e dimenticabile, soprattutto dal punto di vista musicale, siamo tornati subito a veder sparare (molto) e sperare (poco). La vita va avanti, speriamo pure poco, ma bene.</p>
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		<title>Generazioni</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/02/26/generazioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 10:16:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Di solito la domenica mattina, se non sono impegnato altrove, vado in centro a fare 4 passi per bere un caffè e comprare un giornale (o due). Che poi è lo stesso a cui sono abbonato online, ma non voglio privarmi del piacere di toccare la carta, annusarla, sfogliarla, almeno una [&#8230;]</p>
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<p>di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">Di solito la domenica mattina, se non sono impegnato altrove, vado in centro a fare 4 passi per bere un caffè e comprare un giornale (o due). Che poi è lo stesso a cui sono abbonato online, ma non voglio privarmi del piacere di toccare la carta, annusarla, sfogliarla, almeno una volta a settimana. Senza dimenticare che un po’ di scorta cartacea in casa non fa mai male per scopi diversi, che so, imballaggio, copertura mobili, piccoli lavoretti…</p>



<p>Punto primo: in questi ultimi anni sta diventando sempre più difficile trovare edicole, pare che nell’ultimo decennio a livello nazionale siano diminuite da oltre 16.000 a poco più di 13.000 e la tendenza è in peggioramento. Riflette, in fin dei conti, la drastica riduzione di vendite di quotidiani e riviste. Solo i quotidiani sempre nell’ultimo decennio, pare siano scesi da 2,6 milioni di copie a 1,3 milioni, giusto la metà e, anche qui, con previsioni tutt’altro che rosee per il futuro.</p>



<p>Punto secondo: come già scrivevo pochi mesi fa, farebbero bene gli editori e i giornalisti a recitare un bel mea culpa per questa crescente disaffezione dei lettori, sempre meno propensi a farsi buggerare da “narrazioni” che spesso poco hanno a che fare con un’onesta presentazione dei fatti ma, al contrario, mirano sempre ad avvalorare tesi precostituite in base all’orientamento politico delle testate in cui vengono pubblicati.</p>



<p>Una volta ci si vantava, almeno i migliori, di tenere i fatti divisi dalle opinioni (c’era la cronaca e c’erano i commenti), sempre più spesso invece la scelta delle notizie e il loro “confezionamento” editoriale tradisce la volontà di instillare nel lettore un giudizio già bello e pronto, quindi un pregiudizio.</p>



<p>Editori puri ne sono rimasti pochissimi, la maggior parte è legata a lobbies di potere finanziario o industriale che usano l’informazione per i loro scopi in modo più o meno trasparente, senza dimenticare la necessità di garantirsi una sostanziosa raccolta pubblicitaria in mancanza della quale le sole vendite non basterebbero a garantire un equilibrio di bilancio.</p>



<p>L’esempio più eclatante è recentissimo, con la dismissione degli asset editoriali di Gedi da parte degli eredi Agnelli. Per qualche anno la proprietà di due (ex) corazzate dell’informazione come Repubblica e La Stampa ha garantito la copertura mediatica (e sindacale) a tutta una serie di operazioni di smantellamento delle attività industriali italiane dell’ex galassia Fiat, ora a danno compiuto, con buona pace dei pensosi e sconcertati editorialisti, adagiati in amache o poltroncine da scrivania, la copertura mediatica non serve più e il giocattolo può essere rotto (venduto) senza troppi danni.</p>



<p>Tornando alle mie domeniche, noto che il giornale non spunta più dalle tasche dei cappotti di quasi nessuno, mentre solo pochi anni fa era merce ancora diffusa e non era raro trovare capannelli di persone che commentavano questa o quella notizia leggendo un articolo.</p>



<p>Certo c’è un evidente gap generazionale: quelli come me, definiti dai sociologi “baby boomers” (ora si dice solo “boomers” e quasi sempre in senso ironico se non dispregiativo, ché “baby” non lo siamo più da un pezzo), intendo i nati all’epoca del boom economico tra gli anni ‘50 e ‘65 del secolo scorso, per ragioni anagrafiche stanno diventando minoranza e pesano sempre meno nelle scelte di mercato di chi deve a tutti costi pensare a far crescere il fatturato, quando addirittura non pesano di più sui costi sociali di welfare per pensioni e assistenza medica e, di conseguenza, cominciano ad essere mal sopportati.</p>



<p>La generazione successiva, battezzata Gen X (1965-1980) è stata una generazione di passaggio in attesa della rivoluzione informatica che ha investito i Millennials (1981-1996), per non parlare della successiva generazione, la famosa Gen Z (1997-2012) cioè i nati e cresciuti a inizio nuovo millennio, ragazzi e ragazze investiti in pieno e in tenera età dalla rivoluzione digitale internettiana e “condannati” ad una vita iperconnessa.</p>



<p>Con effetti ancora più evidenti sull’ultimissima Gen Alpha (nati dal 2013 ad oggi) che si avvia ad essere quella dell’intelligenza artificiale, in aggiunta a tutte le spinte tecnologiche e informatiche degli anni precedenti.<br>Insomma, che volete gliene freghi ai nati degli ultimi 25/30 anni di leggere lenzuolate pensose di pseudo intellettuali engagé, articolesse di più pagine scritte in piccolo e su carta, quando l’abitudine ormai diffusa è diventata il like o il dislike a commenti di poche righe arraffati da questo o quel social, la risata crassa e inutile per la clip di Tiktok, la foto con battuta di Instagram, ecc.?</p>



<p>La realtà è che ormai c’è una diffusissima disabitudine a leggere e approfondire alcunché, men che meno saggistica o narrativa di un certo impegno, credo che i lettori di libri siano ormai da considerare alla stregua di piccole riserve indiane, coltivatori di idee che potrebbero essere paragonati ai coltivatori e consumatori di cannabis, ognuno con le rispettive necessità di evasione.</p>



<p>Non mi avventuro di sicuro in giudizi di merito, né in considerazioni quali “eh, una volta sì che si stava bene…” che lasciano il tempo che trovano. Mi limito sommessamente a dire che sono felice di aver potuto sperimentare le diverse esperienze conoscitive caratteristiche di ciascuna delle generazioni di cui ho detto e mi tengo il mio parere.</p>



<p>Dopo di che andrò a finire il libro (cartaceo) che sto leggendo.</p>
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		<title>Contraddizioni</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2026/01/23/contraddizioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 14:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Che la vita ne sia piena, di contraddizioni, è un dato di fatto, a partire dall’auspicio che si ripete ad ogni capodanno “anno nuovo, vita nuova” per poi accorgersi che in fondo nulla cambia, restano solo i buoni propositi che spesso durano solo lo spazio di una brinata mattutina. La cronaca [&#8230;]</p>
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<p>di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">Che la vita ne sia piena, di contraddizioni, è un dato di fatto, a partire dall’auspicio che si ripete ad ogni capodanno “anno nuovo, vita nuova” per poi accorgersi che in fondo nulla cambia, restano solo i buoni propositi che spesso durano solo lo spazio di una brinata mattutina.</p>



<p>La cronaca di questi primi caotici giorni dell’anno ce ne ha dato numerose e a volte eclatanti prove in diverse situazioni. Che dire, ad esempio, della levata di scudi contro le mire statunitensi sulla Groenlandia? Si può essere d’accordo o meno sui toni, modalità e contenuti delle pretese trumpiane, ma fa sorridere vedere leader di varie nazioni appellarsi al sempre più fantomatico “diritto internazionale” per difendere che cosa? Un possesso coloniale, che dura ormai da 3 secoli, da parte di una piccola nazione su una popolazione di poco più di 50 mila anime sperdute tra i ghiacci di quella che mille anni fa venne battezzata “terra verde” (a tal proposito, chi dice che il riscaldamento globale sia questione dei giorni nostri e colpa dell’umana attività dovrebbe farci una piccola riflessione…). Insomma, per anni ci hanno riempito la testa di sensi di colpa perché noi, occidentali, europei, civilizzati, abbiamo bellamente sfruttato paesi arretrati, il colonialismo è costantemente additato come una delle peggiori nefandezze umane e ora che succede? Facciamo retromarcia e difendiamo lo status quo perché il ciuffo biondo amerikano ha delle pretese? Boh.</p>



<p>La voce contraria che più mi ha stupito e divertito è stata quella del presidente francese, sempre pronto e “volenteroso” (potevano lui e Starmer inventarsi un termine meno ridicolo), che sembra abbia affermato tutto il suo sdegno per questa forma di neo colonialismo. Detto da lui??? Cioè dal presidente di quella nazione che detiene il record di fusi orari al mondo grazie ai possedimenti d’oltremare, o che impone ancor oggi una rigida forma di colonialismo economico a molti paesi africani costringendoli all’utilizzo del franco coloniale (cambio fisso parità con l’euro) quale moneta ufficiale.</p>



<p>Seguo con apprensione l’evolversi dei fatti in Iran. Il regime teocratico, in piena crisi economica e politica, sta reagendo con grande violenza alle proteste popolari che sconvolgono tutte le principali città, si parla di migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. Seguo con altrettanto stupore la completa mancanza di solidarietà verso quella popolazione da parte dei nostrani professionisti della protesta, sempre pronti a incendiare le piazze, sfasciare vetrine e mandare forze dell’ordine all’ospedale per ogni causa “giusta”. Non ho visto una scuola, un’aula universitaria “okkupata” per protesta/solidarietà. Non ho visto una femminista, che sia una, lamentarsi per la negazione di ogni diritto alle donne iraniane, incarcerate e a volte uccise solo per aver messo il velo in modo sbagliato. Quel velo che una nota politica italiana, in visita alcuni anni fa a Teheran in veste di commissario europeo, sfoggiava compiaciuta.</p>



<p>Non ho sentito una sillaba profferita dell’ex eco fanatica svedese, riciclatasi ora pro-pal. Intendiamoci, giusto denunciare gli eccessi sanguinosi compiuti da Israele sul popolo di Gaza (spesso ostaggio di Hamas), ma secondo recenti studi esistono al mondo in questo momento 52 conflitti armati, con ammazzamenti e stragi di civili, non solo truppe militari. La domanda è, perché ci si mobilita all’infinito solo per uno di questi? Perché, ad esempio, non si parla anche, se non in “brevi di cronaca” dei quotidiani rapimenti, stupri, ammazzamenti perpetrati ai danni delle popolazioni cristiane in Africa?</p>



<p>Qualche domanda me la faccio a volte anche sul comportamento del fu più grande sindacato italiano. Ho scritto “fu” perché se è vero che l’ultimo sciopero generale proclamato ha avuto adesioni inferiori al 10%, beh, qualche domanda me la farei, così come mi chiederei che senso ha inseguire a colpi di massimalismi politici le posizioni delle USB rompendo l’unità con le altre sigle storiche, ma vabbè, ognuno ha la sua fede politica.<br>Suona però stonato il fatto che non sia stato fatto nemmeno uno sciopero in questi anni per combattere lo smantellamento del fu (anche qui “fu”…) più grande gruppo industriale automobilistico (e dell’indotto) italiano, mentre ogni motivazione di natura politica risulti buona per mobilitare le piazze. Ultimo caso eclatante l’appoggio al regime di Maduro con la tragicomica affermazione che mentre noi in Italia viviamo (neanche il condizionale è stato usato) in un regime autoritario, il caudillo venezuelano era stato democraticamente eletto! (ovviamente senza la doverosa precisazione che i brogli furono così evidenti che pochissimi paesi hanno riconosciuto il regime, tanto che la principale oppositrice si è vista assegnare il Nobel per la pace).<br>Non sono un esperto di geopolitica, anzi, non lo sono di nulla, mi limito a farmi domande che spesso non trovano risposte nemmeno con la buona volontà di documentarsi, tante sono le opinioni in materia, quasi sempre condizionate dalla visione politica di chi le espone.</p>



<p>Mi limito a rilevare che, per tanti, troppi argomenti, parafrasando Mogol e Battisti, si potrebbe canticchiare “tu chiamale, se vuoi, contraddizioni…”.</p>
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		<title>Proverbio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2025 10:32:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • C’è da dire che non basta essere illustri letterati, scienziati, studiosi per non incorrere in topiche clamorose. Questo andrebbe ricordato a chi invoca “la scienza” a ogni piè sospinto senza un minimo di contraddittorio. Un esempio storico ce lo dà la storia della famosissima Encyclopedie di Diderot e D’Alembert, il primo [&#8230;]</p>
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<p>di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">C’è da dire che non basta essere illustri letterati, scienziati, studiosi per non incorrere in topiche clamorose. Questo andrebbe ricordato a chi invoca “la scienza” a ogni piè sospinto senza un minimo di contraddittorio. Un esempio storico ce lo dà la storia della famosissima Encyclopedie di Diderot e D’Alembert, il primo esempio di compendio culturale universale, pubblicato nel ‘700, pietra miliare dell’illuminismo. Nella prima edizione alla voce “Gambero” si leggeva infatti la definizione “pesce di colore rosso che cammina all’indietro”. Bene, tre errori in un colpo solo, ché il gambero è un crostaceo, non un pesce, non è rosso, ma lo diventa dopo la cottura, e non cammina, ma nuota, all’indietro.</p>



<p>Capita. Perché la scienza non è un insieme di definizioni esatte, ma una serie di formulazioni che aspettano solo di essere dimostrate o smentite da ulteriori ricerche. E, soprattutto, il metodo scientifico non è un qualcosa di “democratico” dove vince la maggioranza a dispetto della realtà, ma semplicemente un insieme di postulati che restano validi fino alla prima prova contraria.</p>



<p>Di questo dovrebbe essere a conoscenza chi, come alcuni commentatori, si lancia in una pagina del Corriere in cui lamenta il possibile smantellamento del “green deal” europeo e dove parla di consenso scientifico e unanime secondo cui “i cambiamenti climatici sono rapidi e distruttivi e causati in gran parte dalle attività umane”.</p>



<p>Affermazione senza senso scientifico alcuno. Perché basate sulle conclusioni di “644” scienziati indicati in 111 paesi dall’IPCC (International Panel on Climate Control, comitato ONU costituito con l’obiettivo di fornire ai governi valutazioni scientifiche).</p>



<p>Bene, già stabilire che 644 “scienziati (bisognerebbe pure conoscerne l’identità, ma c’è il fondato dubbio che molti di loro siano di nomina politica o governativa) rappresentino “la scienza” in assoluto è un azzardo mica da ridere.</p>



<p>Ha buon gioco a controbattere Franco Battaglia (già professore di chimica e fisica presso le Università di Modena e Roma Tre), che ad oggi sono ben 2.025 gli scienziati affiliati alla Fondazione Clintel che hanno sottoscritto la “Dichiarazione mondiale sul clima: non c’è alcuna emergenza climatica” (facilmente reperibile in rete), scienziati tra i quali compaiono i nomi di due premi Nobel per la fisica, Ivar Giaever e John Clauser, oltre a climatologi di chiara fama (in Italia per esempio Franco Prodi).</p>



<p>Come sempre, secondo la narrazione ufficiale avallata dai report IPCC, l’imputato numero 1 sarebbe la CO2, molecola invece indispensabile per un corretto equilibrio ambientale, il cui abbattimento sarebbe auspicabile e necessario per la salvaguardia del pianeta. Dimenticandosi che lungi dal produrre il fantomatico effetto serra, la CO2 ha invece contribuito in questi ultimi anni a una maggiore riforestazione ed è comunque alla base della vita stessa del pianeta.</p>



<p>Il fatto che una parte di “scienziati” non la pensi così non è sintomo di verità, anche quando fosse (e non è così), la stragrande maggioranza degli scienziati. Mancano le prove che, ad oggi, si basano solo su modelli di simulazione di scenari futuri basati su dati ampiamente discutibili e discussi dalla comunità scientifica.<br>Ben sappiamo come e quante variabili influenzino le previsioni meteo e le variazioni climatiche nel brevissimo periodo, figuriamoci nel lungo. In pratica, basta uno 0,001 di differenza nei dati ipotizzati per provocare variazioni epocali in quelli finali.</p>



<p>Ma a parte le considerazioni scientifiche, che lascio a chi voglia approfondirle senza paraocchi ideologici, mi limito a considerare gli effetti delle politiche “green” europee che tanti difendono a spada tratta.<br>Sento dire che c’è stata una riduzione delle emissioni di CO2 del 28% negli ultimi 20 anni in Europa. Bene (forse) e con questo? Nel resto del mondo (USA, Cina, India ecc.) tali emissioni sono aumentate nello stesso periodo del 60%. L’Europa rappresenta circa il 6% della popolazione globale e contribuisce a poco più del 10% delle emissioni di CO2 a livello mondiale. Anche azzerandole l’effetto globale sarebbe ininfluente.</p>



<p>Ma a che prezzo per l’economia europea?</p>



<p>Basti guardare alla situazione di crisi ormai quasi irreversibile dell’industria automobilistica del vecchio continente, alle prese col diktat dello stop ai motori a combustione dal 2035 e un gap tecnologico impareggiabile con i modelli cinesi e asiatici in generale.</p>



<p>Ciò che non si emetterà più a Francoforte, Parigi o Torino (dove ormai non si emette quasi più nulla), lo si farà a Shanghai o Seoul o Kyoto, e buona cassa integrazione a tutti da noi (in particolare alla miriade di imprese dell’indotto, destinato a sparire di questo passo).</p>



<p>E gli effetti sul clima? Zero assoluto.</p>



<p>Perché di profeti di sventura ne abbiamo sentiti a iosa in questo inizio di secolo, ma le sventure puntualmente si guardano bene dall’accadere. Ricordo Al Gore e John Kerry che nel primo decennio di questo secolo sproloquiavano di azzeramento della calotta polare, innalzamento di decine di metri nel livello dei mari, per non parlare negli anni precedenti di infauste previsioni sui danni delle piogge acide in Europa o, addirittura, a inizio anni 80 del probabile avvento di una nuova era glaciale (si avete letto bene, questo si diceva anche in copertina del Time).</p>



<p>Tutte narrazioni funzionali a imporre tabelle di marcia ideologico-politiche a favore di interessi finanziari che si nascondono dietro nobili propositi ecologisti, con il supporto di compiacenti propagandisti lautamente sovvenzionati.</p>



<p>Diffido delle narrazioni catastrofiche, soprattutto in tema di climatologia e meteorologia, anche perché ho sempre presente un vecchio proverbio brianzolo che mi ha tramandato mio nonno paterno molti anni fa (e chiedo scusa per la piccola volgarità): “El temp e el cù, fan quel che voeur lù”.</p>



<p>Cioè al tempo e alla salute non si comanda, con buona pace della licenza poetica utile a fare la rima.</p>
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		<title>Narrazioni</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2025/09/24/narrazioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 14:31:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mario Caspani • Sentire e leggere notizie in questi ultimi anni lascia spesso un gusto amaro, tra il divertito (poco) e l’angosciato (molto), ma occorre sempre tener bene presente che ormai più che di notizie reali si tratta di narrazioni, spesso sovvenzionate e foraggiate con consistenti elargizioni da enti e istituzioni che “spingono” per orientare [&#8230;]</p>
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<p><strong>Mario Caspani</strong> • </p>



<p class="has-drop-cap">Sentire e leggere notizie in questi ultimi anni lascia spesso un gusto amaro, tra il divertito (poco) e l’angosciato (molto), ma occorre sempre tener bene presente che ormai più che di notizie reali si tratta di narrazioni, spesso sovvenzionate e foraggiate con consistenti elargizioni da enti e istituzioni che “spingono” per orientare l’opinione pubblica verso convincimenti in linea con le politiche governative o comunitarie.</p>



<p>Per fortuna esiste anche la rete che, pur con tanti difetti, garantisce comunque una pluralità di voci informative tra cui potersi orientare, soprattutto dopo la svolta verificatasi da un anno a questa parte grazie all’allentamento delle ferrea censura “politicamente corretta” nei principali social media, basti ricordare la nuova impostazione “aperta”di X e i mea culpa di Meta /Facebook e Google che hanno pesantemente ridimensionato gli algoritmi e le strutture di fact-chekers, fino a poco tempo fa orientate a stroncare ogni voce di dissenso in ordine alle “narrazioni” ufficiali gradite al sistema.</p>



<p>Del resto diventa sempre più difficile pensare che basti orientare qualche grande organo di stampa e televisivo per incanalare davvero una pubblica opinione che, nella realtà, dalla carta stampata e dai media televisivi si sta sempre più allontanando.<br>Avete presente le edicole chiuse nell’ultimo decennio? O i dati di ascolto in calo dei media tv? Nel primo caso riflettono il pauroso calo di vendite dei quotidiani. In Italia da anni ormai il calo di copie vendute supera il 10% all’anno, basti pensare che le maggiori testate vent’anni fa “tiravano” oltre mezzo milione di copie mentre oggi faticano a raggiungere le 100mila (tiratura, eh, non vendita). Nel secondo caso i tg e i talk show televisivi perdono appeal a causa di una bassa qualità di approfondimento (tg) e della stanca ripetitività dei teatrini a cui partecipano sempre gli stessi giornalisti e politici a gettone preoccupati più di far cassa manco fossero impreparati virologi qualsiasi ai tempi del covid.</p>



<p>Ci si accapiglia sul nulla, un esempio lampante ci è stato offerto ad agosto con la ridicola vicenda della nomina da parte del ministro per la salute di due medici scettici sui vaccini in un comitato consultivo (sic!) che di vaccini si dovrebbe occupare. Apriti cielo, levata di scudi inorridita dei soloni e dei baroni auto nominatisi esperti a suon di presenze tv, retromarcia del ministro che azzera la commissione, lamentandosi di aver firmato le nomine a sua insaputa (che in Italia per essere un politico o un ministro di spessore devi pur fare qualcosa a tua insaputa, che so, firmare decreti, ricevere case, incassare soldi…). Gran bella figura e, come dicono in Veneto, insomma, “el tacon xe pejo del buso”…</p>



<p>Una persona normale cosa deve pensare? Forse che la “narrazione” non ammette che su 20 persone più o meno qualificate ce ne possano essere anche due che non la pensano come gli altri 18 (in una commissione consultiva, oltretutto, senza poteri decisionali), vedi mai che le argomentazioni delle due pecore nere possano far proseliti, rischio troppo grande.<br>Così come, sprazzi di rete a parte, domina la narrazione unica anti russa con le punte ridicole e demenziali di imporre la censura a un direttore d’orchestra in odore di amicizia putiniana, o a una cantante d’opera lirica, per non parlare, nel passato meno recente, della censura a Polo Nori da parte dell’Università di Milano Bicocca in ordine a un ciclo di lezioni su Dostoevskij! Dalla carta dell’universo di certe Università evidentemente si è provveduto a barrare con una X gigantesca la parola Russia.</p>



<p>E’ che la narrazione non ammette che qualcuno possa alzare un ditino e sollevare qualche dubbio sulle reali origini del conflitto in corso, dato che deve esserci un solo e unico colpevole. Peccato che noi siamo l’Europa, ex grande potenza in declino sempre più rapido (in gran parte auto inflitto), rappresentiamo una minima parte delle terre emerse, del PIL globale, coi nostri 450 milioni di abitanti siamo il 5% della popolazione mondiale, però pensiamo di poter imporre il nostro (nostro? quello delle élite al potere, forse) pensiero al mondo intero, senza naturalmente aver minimamente la forza economica, politica e militare per farlo.</p>



<p>Impressionante in tal senso il recente incontro cinese delle potenze asiatiche, con annessa preoccupante parata militare. Cina, India, Pakistan, Russia, Indonesia, Corea del Nord e altri in rappresentanza di 4 miliardi di persone, forti di arsenali nucleari (e di molti appoggi esterni, tanto per non far nomi due ex presidenti del Consiglio italiani, di cui uno presente, che non hanno mai fatto mistero delle loro simpatie).</p>



<p>Ora forse sarebbe opportuno che i litigiosi leaderini europei (in particolare i cosiddetti “volenterosi”) prendessero atto che la scommessa di risollevare i loro Paesi dalla disastrosa situazione economica e finanziaria, determinata in primis da scellerate scelte in tema di economia green, puntando tutto sulla riconversione industriale a favore dell’industria degli armamenti, rappresenta un rischio enorme per il conseguimento di un obiettivo di pace e che continuare a mettere i bastoni tra le ruote ai tentativi del “puzzone” Trump di ottenere un ragionevole compromesso di pace non porterà a nulla di buono.</p>



<p>Pace. Parola evocata anche dal nostro presidente della Repubblica in un recente video messaggio ai convenuti del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Nel senso che in quel messaggio si esaltava l’odierna Europa quale terra di pace dopo la seconda guerra mondiale. Dimenticandosi che negli anni ‘90 i bombardieri della Nato e dei Paesi europei, Italia compresa, sganciavano bombe su Belgrado e sulla Serbia.</p>



<p>Immagino ricorderete chi fossero il presidente e il vice presidente del Consiglio nell’Italia di allora.<br>Ma questa è un’altra narrazione.</p>
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		<title>Dieci anni fa</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2025/06/26/dieci-anni-fa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 07:32:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sindacato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani • Il tema della desertificazione bancaria è purtroppo di attualità da diversi anni ed è stato più volte affrontato da UNISIN con interventi a vari livelli, recentemente anche in un articolo dello scorso aprile su queste colonne. Le politiche delle aziende di credito volte a comprimere i costi hanno fatto sì che [&#8230;]</p>
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<p>di Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">Il tema della desertificazione bancaria è purtroppo di attualità da diversi anni ed è stato più volte affrontato da UNISIN con interventi a vari livelli, recentemente anche in un articolo dello scorso aprile su queste colonne. Le politiche delle aziende di credito volte a comprimere i costi hanno fatto sì che la valutazione se tenere aperto uno sportello si basasse esclusivamente sugli aspetti economici senza tener minimamente conto degli impatti sociali e delle negative ricadute sul territorio causate dalla soppressione di filiali, anche e soprattutto in comuni in cui la chiusura dello sportello ha significato la desertificazione, vale a dire la mancanza assoluta di una banca nell’intero territorio comunale.</p>



<p>A farne le spese è soprattutto la piccola clientela retail, in particolar modo le fasce più anziane di età, in quanto meno avvezze all’utilizzo degli strumenti digitali, per ovvie ragioni anagrafiche.</p>



<p>Le aziende clienti invece hanno risentito meno di questa situazione, vuoi perché da molti anni ormai operano tramite le proprie strutture con strumenti di remote banking, vuoi perché quando si tratta di concordare operazioni di credito, soprattutto di un certo rilievo, di solito è la banca che “si muove” verso il cliente con i suoi funzionari.</p>



<p>Per la conformazione geografica (distanza tra località, difficoltà nei mezzi di trasporto e/o nella viabilità), le zone del Meridione pagano il prezzo più alto e la clientela privata, soprattutto come detto in età avanzata, subisce le maggiori conseguenze di queste politiche bancarie.</p>



<p>Dato che si tratta di un problema legato strettamente a ragioni anagrafiche, con macabra freddezza (di certo non manifestata a parole da chi ha potere decisionale in materia) si potrebbe pensare che tra pochi anni la questione si risolverà da sola, ma resta il disagio enorme attuale e nei prossimi anni per tante, troppe persone.</p>



<p>Mi ha stimolato una frase dell’articolo che ho citato (sul numero scorso di questo periodico), dove si afferma che “il fenomeno, che prima avveniva solo al sud, si sta progressivamente spandendo a macchia d’olio (…) anche nelle zone che sembravano dover essere intoccabili”.</p>



<p>Quindi sono andato a scartabellare tra mie vecchie carte di lavoro e ho fatto un piccolo raffronto, tra quello che era dieci anni fa la rete sportelli di UBI Banca nella mia provincia di residenza (Varese) e cosa ne è restato sommando le due reti locali di Intesa Sanpaolo e BPER, che si sono spartite il territorio dopo l’incorporazione di UBI in banca Intesa.<br>Premesso che già in ambito UBI Banca negli anni dal 2010 al 2015 per effetto dell’accorpamento in un unico gruppo di diverse realtà presenti in quel territorio (Banca Popolare di Bergamo, Banco di Brescia, Banca Popolare Commercio Industria, BRE) avevamo assistito ad una consistente riduzione di sportelli localmente sovrapposti, se i miei calcoli non sono stati sbagliati nel 2015 la provincia contava 87 sportelli bancari del gruppo UBI, di cui 12 cosiddetti mini sportelli, cioè dipendenze di filiali ma con una autonoma collocazione fisica in altro comune o zona della città. Ebbene, ad oggi sommando BPER e Intesa ho trovato 51 filiali ancora attive, di cui 1 solo minisportello.</p>



<p>Minisportelli o sportelli “leggeri” che unitamente a filiali mobili su diverse piazze a giorni alterni, tra l’altro potrebbero rappresentare una soluzione tampone al problema.</p>



<p>Si tratta quindi di 36 filiali in meno, vale a dire un calo di oltre il 40%. Da notare poi che il totale dei comuni in cui non è più presente alcuna filiale ex UBI ammonta a 24 (su 37 chiusure, come detto).</p>



<p>Il problema, pertanto, è sicuramente diffuso a livello nazionale.</p>



<p>Giusto dieci anni fa, per rimanere in tema, un politico allora rampante e oggi un po’ calante (nome in codice per gi amici di gioventù: “il bomba”) faceva promulgare (con Decreto Legge!) la profonda riforma delle banche popolari che in sostanza obbligava tutte quelle di maggiori dimensioni, con più di 8 miliardi di attivo a bilancio, a trasformarsi da società cooperative in società per azioni, rendendole così più facilmente contendibili sul mercato. Cosa che poi in pochi anni si è puntualmente verificata: ad oggi resiste, ancora per poco, l’ultimo baluardo valtellinese della Banca Popolare di Sondrio, ancora autonoma di fatto ma trasformata in Spa dopo una strenua resistenza a suon di ricorsi e destinata a breve a soccombere (a BPER o a ING, si vedrà).<br>Tutte le altre, tra fusioni e incorporazioni, ormai non esistono più come società cooperative.<br>Non entro nel merito delle “nobili” motivazioni alla base della riforma (sostegno al sistema bancario italiano, maggiore capitalizzazione grazie a processi di fusione e incorporazione, minore contendibilità a favore di player esteri, ecc.), anche se ci sarebbe (e c’è stato) da discutere.<br>Mi limito ad osservare che, in ultima analisi, tutti i cambiamenti avvenuti in questi ultimi anni, da parte dei soggetti forti subentranti e/o incorporanti, si sono risolti in poderosi piani industriali con obiettivi di riduzione dei costi (strutture, personale) e massimizzazione dei profitti.<br>Tradotto in parole povere tagli di ogni tipo per aumentare i dividendi, con buona pace di chi sostiene che gli stakeholders (dipendenti, clienti, fornitori, amministratori e azionisti) dovrebbero contare tutti allo stesso modo sul piatto della bilancia. Evidentemente impensabile quando gli azionisti di maggioranza sono i rappresentanti di enti e istituzioni finanziarie globali che, nei loro giochi di scatole cinesi, si sono accaparrati o hanno reso ininfluente anche quella grossa fetta di azionariato popolare che era, appunto, la ragione di essere delle vecchie banche popolari.</p>
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		<title>Passeggiate romane</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2025/04/17/passeggiate-romane/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2025 15:36:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani ∙ In un recente articolo su Panorama, Marcello Veneziani afferma che abbiamo sette vite e invita a spenderle bene. Nell’ordine le indica come vita corporale, vita naturale, vita lavorativa, vita affettiva, vita sociale, vita intellettuale e vita spirituale. Dopo aver commentato le prime sei, chiude il cerchio con questa frase sulla vita [&#8230;]</p>
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<p>di Mario Caspani ∙ </p>



<p class="has-drop-cap">In un recente articolo su Panorama, Marcello Veneziani afferma che abbiamo sette vite e invita a spenderle bene. Nell’ordine le indica come vita corporale, vita naturale, vita lavorativa, vita affettiva, vita sociale, vita intellettuale e vita spirituale.</p>



<p>Dopo aver commentato le prime sei, chiude il cerchio con questa frase sulla vita spirituale: “La vita spirituale è la vita dell’anima, il punto di raccolta di sentimento e pensiero in una sintesi superiore che si affaccia oltre la morte; è il punto supremo della nostra vita e al tempo stesso il ponte per trascenderla, cioè per andare oltre la dimensione personale dell’esistenza”.</p>



<p>Facile immaginare, di fronte ad un’affermazione del genere, i mal di pancia di chi , formatosi in anni di materialismo, di acritica fiducia nella scienza (scientismo) e nella fede assoluta delle “sorti magnifiche e progressive” dell’umanità, alla parola “trascenderla” collega ovviamente la possibile dimensione metafisica delle nostre esistenze.</p>



<p>Tanto più che stiamo vivendo un periodo storico in cui una ben precisa parte intellettuale va da anni predicando la necessità di un nuovo ordine mondiale basato su presupposti transumanistici. A mio avviso un futuro distopico ricco di incognite e pericoli, a partire dall’impetuoso sviluppo delle applicazioni di intelligenza artificiale in assenza di regolazioni certe e condivise.</p>



<p>Forse per coltivare un po’ la mia parte spirituale, a inizio marzo mi sono concesso qualche giorno a Roma in occasione dell’Anno Santo. Niente speranze di indulgenza globale, intendiamoci, dato che per vicende familiari sono relegato al di fuori della comunità cattolica, ma ciò non impedisce a me e mia moglie di frequentare chiese, non fosse altro che per ammirarne i capolavori artistici presenti in tutto il territorio nazionale, ma anche per passare qualche momento di tranquillità in meditazione e perché no?, preghiera, cosa che anche ai peccatori mi risulta consentito fare.</p>



<p>Esercizio arduo, tuttavia, nelle 4 basiliche giubilari, per alcuni motivi precisi: in San Pietro e Santa Maria Maggiore, per l’affollamento (e un certo grado di disorganizzazione nei percorsi obbligati). Poco affollamento invece in San Giovanni Laterano e in San Paolo fuori le Mura, ma una sgradevole sensazione di mancanza di spiritualità, a causa delle dimensioni gigantesche e vuote delle due cattedrali dove abbiamo faticato a sentire la presenza del sacro.</p>



<p>Cosa che al contrario è accaduta in pieno in due chiese del rione Monti, la meravigliosa e nascosta Santa Pudenziana, con un mirabile mosaico del IV secolo in abside, chiesa aperta solo due ore al mattino, raccolta nella sua oscurità, e l’altrettanto affascinante Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, con una parte sotterranea antichissima che racconta dei primi secoli del cristianesimo romano.</p>



<p>Così come, nonostante la rumorosa folla di comitive vocianti e selfeggianti, non sono mancati i momenti di raccoglimento in San Pietro davanti ai sepolcri degli ultimi due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ancora ben vivi nella memoria dei fedeli, a giudicare dalle presenze. Sono stati due pontefici che, a mio avviso, hanno lavorato per l’unità della Chiesa, il primo soprattutto con l’esempio e il modo in cui ha affrontato la sofferenza, il secondo con un altissimo magistero intellettuale e teologico.</p>



<p>In quei giorni intanto papa Francesco stava lottando con gravi problemi di salute. Al di là dell’umana comprensione per la sua persona, soprattutto in questa fase di vita, lo sento meno vicino alla mia sensibilità per una certa deriva a pulsioni ideologiche e politiche che ha prodotto profonde lacerazioni nel mondo della Chiesa e tra i fedeli.</p>



<p>Questa volta al contrario di altre, non c’è stato spazio per visite ai resti dell’antica Roma, sempre affascinanti, anche perché siamo rimasti dal lunedì al giovedì e, pur avendo in programma una visita alla Domus Aurea, abbiamo scoperto con dispiacere che il sito è aperto al pubblico solo dal venerdì alla domenica. Mi chiedo che senso abbia tutto ciò durante l’Anno Santo, con previsione di forte afflusso turistico.</p>



<p>Previsione che, peraltro, dopo tre mesi non sembra essersi realizzata, e lo affermo perché ho parlato con persone a contatto con ambienti alberghieri e di ristorazione e pochi giorni dopo il mio rientro ho anche trovato conferme in articoli e servizi televisivi. Chissà come andrà per il resto dell’anno.</p>



<p>Avendo percorso quasi 50 km a piedi in tre giorni intensi, devo infine dire che abbiamo trovato la città discretamente pulita, meglio che in passato. E’ pur vero che abbiamo girato solo in centro, non conosco la situazione in quartieri più esterni.</p>



<p>E infine, incredibile ma vero, a Via delle 4 fontane, pieno centro, sono riuscito a trovare un bar con caffè a 1 euro! Roba che ormai anche nei paesini ce la siamo scordata (almeno qui al nord…).</p>



<p></p>
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		<title>Stranieri, numeri e sicurezza</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2025/03/11/stranieri-numeri-e-sicurezza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 10:05:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani ∙ Mi è capitato di leggere qualche settimana fa sul sito Startmag.it, un bel commento, pacato e misurato, a firma di Luca Ricolfi, in tema numeri e sicurezza. Ricolfi è un noto sociologo e accademico, con all’attivo numerosissime pubblicazioni scientifiche prodotte nell’arco di una cinquantina d’anni di attività, anche nel ruolo di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>di Mario Caspani ∙ </p>



<p>Mi è capitato di leggere qualche settimana fa sul sito Startmag.it, un bel commento, pacato e misurato, a firma di Luca Ricolfi, in tema numeri e sicurezza.</p>



<p>Ricolfi è un noto sociologo e accademico, con all’attivo numerosissime pubblicazioni scientifiche prodotte nell’arco di una cinquantina d’anni di attività, anche nel ruolo di pubblicista su organi di stampa quali La Stampa, Repubblica, Panorama, Il Messaggero. Non ha mai fatto mistero della sua appartenenza all’area della sinistra politica e non avrebbe avuto senso negarlo dati i suoi studi negli anni 70 del secolo scorso sotto la guida di Claudio Napoleoni, all’epoca tra i più noti economisti di scuola marxista, nonché senatore del PCI per due mandati fino all’anno della sua scomparsa.</p>



<p>L’attività di Ricolfi però è sempre stata improntata ad una obiettiva correttezza di analisi che lo ha portato a volte a sostenere tesi e idee non propriamente in linea con le parole d’ordine del momento del mondo cosiddetto progressista, linee politiche che come ovvio, spesso, vengono dettate da interessi contingenti e di breve periodo, anche in ottica di banale tornaconto elettorale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="684" src="https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2025/03/Immigrazione-1024x684.jpg" alt="" class="wp-image-2052" srcset="https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2025/03/Immigrazione-1024x684.jpg 1024w, https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2025/03/Immigrazione-300x200.jpg 300w, https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2025/03/Immigrazione-768x513.jpg 768w, https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2025/03/Immigrazione-1536x1026.jpg 1536w, https://www.alpluraleonline.it/wp-content/uploads/2025/03/Immigrazione.jpg 1980w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Ricordo in particolare una sua analisi equilibrata sull’operato di governo di Berlusconi, stilata nel 2010 a pochi mesi dalla caduta del 2011 e quindi al termine dei suoi anni di potere, in relazione al fatto se avesse o meno mantenuto fede ai propositi elettorali contenuti nel famoso “contratto con gli italiani” firmato in diretta televisiva.</p>



<p>La conclusione di Ricolfi fu allora che paradossalmente Berlusconi aveva conseguito migliori risultati nella parte del programma più “di sinistra” (ammortizzatori sociali, lotta alla criminalità organizzata, stabilità dei conti pubblici) rispetto a quella che forse più stava a cuore alla base elettorale di centro destra (tasse, microcriminalità taglio alla spesa pubblica).</p>



<p>In quel periodo di feroci attacchi personali dal sapore moralistico (da parte di gran parte della stampa interna) e di pressioni economiche e finanziarie irrituali condite dai sorrisetti Merkel-Sarkoziani (sul versante europeo), trovai l’analisi di Ricolfi equilibrata e non banalmente di parte.</p>



<p>Lo spunto dell’intervento sulla sicurezza delle scorse settimane gli è stato offerto dai dati diffusi dal Ministero dell’Interno, a fine anno, in merito alle attività criminose dello scorso 2024 (primi 9 mesi).</p>



<p>I dati maggiormente rilevanti sono sostanzialmente due: la percentuale dei reati commessi da stranieri irregolari, che essendo circa 600.000 rappresentano l’1% della popolazione, è stata pari al 28% del totale.<br>Ancor più eclatante il dato delle violenze sessuali, in questo caso i reati ascrivibili a stranieri (regolari e non, che rappresentano circa il 10% della popolazione) risulta pari al 44% del totale, cioè quasi la metà.</p>



<p>Da questi numeri parte il ragionamento del sociologo che invita (non dichiaratamente, ma è implicito) la propria parte politica a non minimizzare e a non sollevare obiezioni deboli per sconfessare la realtà dei fatti.<br>In particolare ne cita alcune di facile confutazione: è vero che comunque la maggior parte dei reati sono commessi da italiani, ma la percentuale dice che da soli gli stranieri, regolari e non, commettono circa un terzo dei reati, con una sproporzione abissale. Inoltre, di conseguenza, il gran numero di detenuti stranieri non fa che acuire l’annoso problema delle condizioni di vita nelle carceri.</p>



<p>Fallace anche l’obiezione spesso utilizzata da chi vuole sminuire il significato di questi numeri, vale a dire che gli stessi numeri sarebbero inficiati da una ipotetica maggiore propensione alla denuncia quando i reati sono commessi da stranieri. Sottolineando che in ogni caso per alcuni reati (omicidi/femminicidi) il cosiddetto numero oscuro (cioè quelli che non vengono denunciati) è pari a zero, Ricolfi smonta anche questa seconda obiezione osservando che da recenti ricerche risulta che i tassi di denuncia tra le nuove generazioni siano praticamente allineati sia che gli autori siano italiani che stranieri.</p>



<p>La sua conclusione, pienamente condivisibile, è che per la soluzione di questo drammatico problema si può fare di tutto, analizzare, discutere, cercare soluzioni, l’unica cosa da non fare è (cito) “rispolverare l’armamentario negazionista con cui, ogni volta che vengono fuori numeri e statistiche, più o meno improvvisati fact-checker cercano di occultare l’amara realtà dell’immigrazione irregolare”.</p>



<p>Ecco, il vero problema sta proprio qui. Nessuna persona di buon senso vorrebbe negare il diritto di asilo a disperati che scappano da guerre, discriminazioni razziali, religiose, sessuali, ma trasformare queste giuste istanze in una accoglienza indiscriminata e senza alcun controllo non può che generare grossi problemi e reazioni a volte esagerate, ma fin troppo comprensibili.</p>



<p>E, aggiungo infine, spero che il richiamo di Ricolfi arrivi anche alle orecchie del signor sindaco di Milano, che imperterrito parla di erronee percezioni cavalcate strumentalmente da avversari politici.</p>
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		<title>PensAutori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jan 2025 10:24:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Mario Caspani ∙ Piero Buscaroli, nelle sue monumentali biografie dedicate a Bach e a Beethoven, cita spesso l’aforisma di Friedrich Nietzsche “vi è solo biografia” e intreccia mirabilmente storia, vita e musica dei due giganti della musica in parallelo agli eventi storici dei periodi in cui vissero. La frase mi è tornata in mente [&#8230;]</p>
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<p>di Mario Caspani ∙ </p>



<p class="has-drop-cap">Piero Buscaroli, nelle sue monumentali biografie dedicate a Bach e a Beethoven, cita spesso l’aforisma di Friedrich Nietzsche “vi è solo biografia” e intreccia mirabilmente storia, vita e musica dei due giganti della musica in parallelo agli eventi storici dei periodi in cui vissero.</p>



<p>La frase mi è tornata in mente leggendo l’ultimo pregevole lavoro di Marcello Veneziani, Senza Eredi (Marsilio, 2024), che nel sottotitolo rivela le linee guida del contenuto: “ritratti di maestri veri, presunti e controversi in un’epoca che li cancella”.</p>



<p>In effetti anche in questo caso di tratta di ritratti, (micro)biografie più del pensiero che della vita vissuta (ma ci sono spesso riferimenti anche a quella), ciascuno di poche pagine, ma scritte con la maestria data da una straordinaria capacità di sintesi e interpretazione dell’autore.</p>



<p>Se Buscaroli stupiva con le mille e passa pagine delle sue opere, Veneziani incanta per la profondità delle intuizioni e, mi ripeto, una limpida abilità di sintesi che guida il lettore nei temi trattati senza lasciarsi imbrigliare dalla complessità degli argomenti presi in esame.</p>



<p>Perché di questo si tratta. I circa 70 ritratti condensati nel libro non sono affatto monotematici, ma abbracciano secoli di storia del pensiero (anche se ovviamente con maggiore attenzione agli ultimi due) attraverso la descrizione di autori appartenenti a varie discipline: filosofi, letterati, poeti, fisici, sociologi, giornalisti, scienziati, critici d’arte. Autori e PensAutori, secondo un felice neologismo, “autori che pensano e fanno pensare”, uomini e donne che hanno lasciato tracce importanti nella storia del pensiero e purtroppo in molti casi sono stati dimenticati, al punto da far titolare l’opera a Veneziani con il pessimistico “Senza eredi”.<br>Per scrivere un’opera del genere ci vogliono quelle che Camillo Langone, nel recensire il lavoro su Il Foglio, ha definito “doti picomirandolesche”, regalando all’autore il titolo di Maestro dei Maestri e di enciclopedista della tradizione. Ne rileva giustamente il tono “affranto”, percepibile soprattutto nelle pagine introduttive, che denunciano la povertà del dibattito culturale odierno, schiacciato tra consorterie che badano al proprio interesse di parte e pulsioni “woke” e politicamente corrette, nel solco venefico della “cancel culture”. E soprattutto pagine che denunciano tristemente la “solitudine” di chi osa opporsi al mainstream, perché nella migliore delle ipotesi si viene ignorati e isolati, senza la minima possibilità di confronto. Fino al punto che l’introduzione si chiude con l’amara constatazione che “Nonostante tutto, continueremo a sentirci eredi di autori e tradizioni e a onorare i maestri, i padri, i fratelli maggiori. E, se saremo soli, vuol dire che saremo in compagnia degli dei, degli assenti, degli invisibili”.</p>



<p>Ma, quasi a controbilanciare il cupo pessimismo della parte introduttiva, nelle pagine finali intitolate “E’ ancora possibile un pensiero nuovo? ”ci viene regalata una speranza sotto forma di elogio della maternità e della vita nascente e non a caso Veneziani ci ricorda che “Socrate diceva di praticare con il pensiero l’arte di sua madre levatrice (…) i concepiti in lui erano i concetti. Questa è l’arte di pensare, di scrivere, di essere autori, che tira fuori il nuovo da chi ascolta, da chi legge, dalla vita”.</p>



<p>Alla fine di questo libro, che ringrazio di aver potuto leggere, non posso che concordare nuovamente con la chiosa della recensione di Langone, perché anche se è vero che la nostra è la prima epoca a non riconoscere eredità da custodire e da trasmettere, forse “non tutto è perduto se ancora si scrive e si pubblica un libro così.</p>
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		<title>Intelligenza Artificiale?</title>
		<link>https://www.alpluraleonline.it/2024/11/19/intelligenza-artificiale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Mario Caspani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2024 10:01:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'altra pagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mario Caspani • Pochi mesi fa scrivevo di ignoranza naturale e intelligenza artificiale. Oggi mi imbatto in una notiziola curiosa: il Nobel per la fisica 2024 è stato attribuito a due scienziati, l’americano John Opfield e il canadese Geoffrey E. Hinton, entrambi premiati per i loro studi sulle reti neurali applicati alle macchine per l’intelligenza [&#8230;]</p>
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<p>Mario Caspani • </p>



<p class="has-drop-cap">Pochi mesi fa scrivevo di ignoranza naturale e intelligenza artificiale. Oggi mi imbatto in una notiziola curiosa: il Nobel per la fisica 2024 è stato attribuito a due scienziati, l’americano John Opfield e il canadese Geoffrey E. Hinton, entrambi premiati per i loro studi sulle reti neurali applicati alle macchine per l’intelligenza artificiale.</p>



<p>La curiosità sta nel fatto che il secondo dei due, già “mente” di Google per le applicazioni di IA, lo scorso anno diede le dimissioni dall’incarico per sentirsi più libero di discutere e affrontare pubblicamente i “troppi pericoli” di questa tecnologia.</p>



<p>Quindi, a voler trarre conclusioni semplicistiche, l’Accademia svedese ha premiato uno scienziato che si è posto in modo polemico rispetto agli utilizzi e alle applicazioni concrete dei propri studi in materia di IA.</p>



<p>Considerazione semplicistica, certo, perché gli studi, le scoperte, le invenzioni sono asettiche, nel senso che è sempre l’uomo che determina la bontà o meno dei passi avanti in campo scientifico attraverso l’uso che se ne fanno. Un esempio per tutti la tecnologia nucleare, che potrebbe risolvere i problemi energetici del mondo, ma se usata in modo distruttivo lo può annientare, come purtroppo hanno sperimentato sulla propria pelle i giapponesi di Hiroshima e Nagasaki.</p>



<p>Si fa un gran parlare di intelligenza artificiale e di tutti i suoi possibili, e in parte già reali, utilizzi. Il problema è che nessuno credo sia in grado di capire fin dove si possa arrivare.</p>



<p>Il tema è sempre lo stesso. Tutte le scoperte e le invenzioni umane offrono molteplici applicazioni, positive e negative. In sé un coltello è utile per tagliare la carne e affettare il salame, ma diventa terribile quando conficcato in pancia a un’altra persona. E come sempre il problema non è il coltello, ma chi e come lo usa.</p>



<p>Non fa eccezione l’IA, che con la sua mostruosa capacità di calcolo garantisce velocizzazione e risparmi incredibili, ma pone seri interrogativi in merito alla possibilità che mani o menti “sbagliate” possano appropriarsene.</p>



<p>Recentemente si è imposto il dibattito sulla necessità di una sua regolamentazione condivisa a livello internazionale, se ne è parlato anche durante gli incontri del G7 in Puglia e in numerosi bilaterali tra i potenti della terra e la ristretta élite che sta sviluppando e affinando sempre di più lo strumento.</p>



<p>Ma ne parlano anche, dal loro punto di vista, diversi studiosi in campo umanistico i quali, ovviamente, non hanno alcuna pretesa tecnologica, ma si preoccupano delle ricadute sulla vita reale. Vengono posti interrogativi su quali possano essere i limiti “accettabili” per una tecnologia dalle potenzialità teoricamente infinite e, soprattutto, ci si chiede fino a che punto potrebbero in un certo senso “umanizzarsi” le applicazioni di IA generativa.</p>



<p>Non bisogna però mai dimenticare che, per quanto evoluti, complessi e raffinati, al punto da trascendere la comprensione dell’uomo comune, gli algoritmi su cui si basano i sistemi di IA sono pur sempre creazioni umane e non possono non rispettare gli indirizzi che i team di persone che li creano decidono di imporre.</p>



<p>Ho letto recentemente due considerazioni che mi hanno colpito. In una un noto pubblicista si chiedeva fino a che punto un sistema di IA potrebbe arrivare nel replicare o imitare i comportamenti umani e se lo domandava in riferimento a un tema ben specifico: l’amore, i sentimenti.</p>



<p>Potrà mai una macchina, qualsiasi essa sia, provare quei sentimenti che caratterizzano l’agire degli esseri umani?</p>



<p>La seconda considerazione era sulla teorica possibilità che una macchina dotata di IA possa mai mentire, ma farlo in modo consapevole, perché anche la menzogna, nelle sue più diverse accezioni, è una peculiarità dell’essere umano.</p>



<p>Non abbiamo risposte, ma possiamo anche nutrire un certo timore sul fatto che in futuro potranno essere sviluppati sistemi con simili caratteristiche.</p>



<p>E dico timori perché, lo sappiamo benissimo, per costruire ci vogliono anni, se non secoli, ma per distruggere basta davvero poco. In fin dei conti anche perché gli errori sono sempre possibili e non c’è intelligenza artificiale che tenga.</p>



<p>Una prova? Qualche settimana fa cercavo una notizia su Zurigo e sono incappato nel sito svizzero di informazioni online “20minuten”, il più diffuso, pare, da quelle parti. Raccontava di un morto nell’ambito della Street Parade, una festa techno tra le più grandi d’Europa, morto rinvenuto il giorno dopo nelle acque del lago di Zurigo. Non conoscendo il tedesco ho impostato la traduzione automatica per capire bene la notizia. Eccone uno stralcio.</p>



<p>“La polizia dell’acqua ha quindi effettuato immersioni di ricerca a Utoquai. La polizia ha rinvenuto il disperso senza vita a una profondità di circa 6 metri. Il defunto è stato tratto in salvo e trasferito al commissariato dei carabinieri per ulteriori accertamenti.”</p>



<p>Secondo la traduzione, di certo impostata su qualche algoritmo di intelligenza artificiale, un defunto può essere “tratto in salvo”…. e a Zurigo ci sono i Carabinieri!</p>



<p>No comment, anzi, sì. Se tutto va così andremo bene.</p>
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